Il monastero di S. Benedetto (in bengalese: Sadhu Benedict Moth) è un monastero benedettino situato a Maheswarapasha, in provincia di Khulna, nel sud-ovest del Bangladesh. I suoi inizi si rifanno al gennaio 1978, quando un giovane missionario italiano, Carlo Rubini, ed un giovane bengalese, Premanondo Karmaker, decisero di dar avvio alla vita monastica cristiana in Bangladesh.

Dopo dieci anni, trascorsi nell’approfondimento dell’esperienza monastica (sia cristiana che indù), ed in un suo possibile adattamento alla realtà del Paese, fu acquistato un appezzamento di terreno (a Maheswarapasha, che significa ‘Delizia di Dio’), e nel 1989 si diede inizio alla costruzione del piccolo monastero che nel 1990 veniva riconosciuto come monastero dipendente dell’Abbazia di Praglia (Italia).

Come ogni istituzione monastica benedettina il ritmo di vita del monastero segue l’antico detto latino Ora et labora (preghiera e lavoro).

Il monastero cerca di offrire, in seno alla chiesa, un suo contributo religioso/culturale attraverso un proprio programma specifico. Il frutto più importante di tale impegno è stato la traduzione (dall’ebraico e dal greco) in lingua bengalese della Bibbia (la cosidetta ‘Jubilee Bible’), adottata e pubblicata dalla Conferenza Episcopale del Bangladesh nell’Anno Giubilare 2000; come pure la traduzione della Liturgia delle Ore, contenente un migliaio di testi patristici (pubblicata nel 2004); omelie patristiche per le Domeniche e le Feste liturgiche; musica per salmi e inni; commentari biblici e altri testi. Grazie a questi strumenti anche il lavoro tra i catecumeni ne ha risentito in modo molto positivo. Un’attenzione particolare viene posta al dialogo interreligioso in quanto il Bangladesh è un paese di religione prevalentemente islamica dove risiede anche una significativa minoranza di religione induista.

Essendo il Bangladesh un paese povero, l’attività umanitaria/caritativa dei monaci è rivolta a quegli strati di società che per vari motivi non possono beneficiare di opportunità generali. (Va da sè che, in questo campo, Musulmani, Indù e Cristiani vengono tutti trattati allo stesso modo).

S. Benedetto vuole che i monaci non vivano di carità ma del frutto del proprio lavoro. Seguendo questa regola, oggi come oggi, mediante la vendita dei prodotti della nostra mini-azienda agricola (ortaggi, latte delle nostre mucche, concime e di tanto in tanto una mucca) la nostra comunità è autosufficiente. Ma non possiamo non vedere le necessità dei poveri che ci circondano, e con le nostre sole forze un aiuto massiccio è impensabile.

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