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San Benedetto richiede
innanzitutto, come criterio fondamentale per l’accettazione
dei fratelli al capitolo 58 della sua Regola, che il candidato
cerchi veramente Dio:
un impegno che costituirà il cuore della sua vita monastica;
ma non la ricerca di un Dio lontano se s. Benedetto aveva
assicurato il monaco che è Dio stesso che lo cerca tra la
folla (cf. Prol. 14) e se egli, mosso dallo Spirito, bussa al
monastero per farsi cercatore di Dio.
La ricerca di Dio è per
il monaco un tornare a Dio (cf. Prol. 2) verificando la
propria vocazione attraverso la preghiera, l’obbedienza,
l’umiltà.
Questi tre criteri dicono
la concretezza della ricerca di Dio che si incarna nella
comunità che accoglie il candidato alla vita monastica.
Innanzitutto s. Benedetto
dà il primato alla preghiera,
cioè al rapporto con Dio, che nel monastero trova la sua
forma concreta nell’Ufficio divino, nella Lectio
divina e nella preghiera personale: è quell’attenzione
a Dio che deve prendere il cuore del monaco e portarlo alla
preghiera continua. Sempre sotto lo sguardo di Dio, il monaco
trova nell’Ufficio divino il tempo forte nella sua attvità
di fede nella consapevolezza della sua relazione con Dio.
L’obbedienza,
in tutta la tradizione monastica costituisce il patto primo e
fondamentale che unisce tra loro i membri della comunità.
All’obbedienza s.
Benedetto dedica il capitolo quinto della Regola dopo averla
posta all’inizio della Regola come senso e scopo della vita
monastica: «…perché tu possa far ritorno con la fatica
dell’obbedienza a colui dal quale ti eri allontanato con
l’inerzia della disobbedienza» (Prol. 2).
S. Benedetto ha un’idea
molto alta di questa virtù la cui grandezza è data dal
rapporto con Dio che il monaco esprime imitando Cristo il
quale con la sua obbedienza ha salvato il mondo. Il monaco si
pone nel cuore di questo mistero di redenzione.
Il terzo criterio di
verifica vocazionale, per s. Benedetto. è se il candidato è
disposto alle umiliazioni. E’ forse questo l’aspetto più
difficile da assumere; ma l’atteggiamento si fa
comprensibile se ricordiamo che s. Benedetto non ricerca prove
create artificiosamente per umiliare e contrariare la persona
ma sono quei lavori utili e a volte ingrati richiesti dalle
circostanze davanti a cui è richiesto di non avere pregiudizi
mondani che li fanno ritenere umilianti per la propria dignità.
Questa è la proposta di vita che s. Benedetto offre a chi
viene in monastero: una proposta scandita dalle tappe
dell’iniziazione monastica.
Al periodo di
postulantato segue l’anno di noviziato che viene scandito
dalla lettura della Regola e da una formazione monastica che
ha il suo punto forte in quella “formazione integrale” che
deve mirare alla maturità umana, cristiana e monastica.
Il noviziato si conclude
con la professione temporanea: sarà ancora un periodo di
formazione, fino alla consacrazione
monastica in cui il monaco offrirà a Dio la sua vita
attraverso l’impegno di “stabilità, conversione di vita e
obbedienza”.
La consacrazione monastica non costituisce una tappa definitiva perché
apre al monaco il cammino della sequela di Cristo dove «avanzando
nel cammino di conversione e di fede, si corre con cuore
dilatato e con ineffabile dolcezza di amore sulla via dei
divini comandamenti» (Prol. 49). |