La vita spirituale, salve rare eccezioni, inizia da
un avvenimento chiamato «conversione». Poco importa
il suo contenuto preciso; essa è come uno choc
seguito da un passaggio netto da uno stato ad un
altro. Come una luce rivela le ombre, la conversione
svela all'improvviso l'insufficienza inconsistente
del presente, orienta verso un mondo nuovo e
comporta l'impegno gioioso di tutto l'essere. Anche
coloro che ereditano la fede da bambini arrivano,
presto o tardi, alla sua scoperta cosciente e alla
appropriazione personale e sempre sconvolgente.
Una lettura, un incontro, una riflessione fanno
sorgere un'improvvisa e grande luce. Al suo
chiarore, tutto acquista ordine come in una geniale
poesia che dà ad ogni cosa un valore verginale e
inestimabile: è la primavera religiosa. Come una
gemma piena di vita, l'essere umano si sente
dilatato da una gioia sorprendente e da una simpatia
spontanea per tutti. Tempo indimenticabile: come la
luce che illumina una festa, essa permette di vedere
in Dio il volto sorridente del Padre che esce
incontro al figlio.
Questo tempo tuttavia è di breve durata. Il volto
del Padre prende l'aspetto del Figlio e la sua croce
ci oscura dal di dentro. La nostra croce si profila
nettamente e non è più possibile ritornare alla fede
semplice e infantile di un tempo. Le dissonanze
dolorose lacerano l'anima nella chiaroveggenza del
male e del peccato; è la tensione estrema tra le due
condizioni che si escludono a vicenda. La esperienza
brutale delle cadute e delle incapacità può portare
sull'orlo della disperazione.
La tentazione di gridare all'ingiustizia, di dire a
Dio che ci chiede troppo e che la nostra croce è più
pesante di quella degli altri, è grande. Una vecchia
storia racconta una simile rivolta in un uomo
semplice e sincero che, condotto da un angelo verso
un mucchio di croci differenti e invitato a
sceglierne una, scelse la più leggera accorgendosi
poi con meraviglia che era proprio la sua! L 'uomo
non è mai tentato oltre le proprie forze.
Dio ci attende a questo istante decisivo. Aspetta
dalla nostra fede un atto virile, la piena e
cosciente accettazione del nostro destino; ci
domanda di assumerlo liberamente. Nessuno può farlo
al nostro posto, nemmeno Dio.
La croce è fatta dalle nostre debolezze e dalle
nostre deficienze; è costruita con i nostri slanci
trafelati e soprattutto con le nostre profonde
tenebre dove si eccita una sorda resistenza e dove
ristagna un'inconfessabile bruttezza; in breve, con
tutta la complessità che, in questo momento preciso,
è l'io autentico.
Ora, «ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt
19, 19) comporta un certo amore di se stesso. E'
l'invito ad amare la nostra croce. Indica forse
l'atto più difficile: accettarsi per quello che si
è. Sappiamo che i più orgogliosi e i più assetati di
amor proprio sono gli scontenti di se stessi, quelli
che si odiano segretamente. Il momento
importantissimo dell'incontro con se stessi esige
una spogliazione completa, la visione immediata e
totale di sé fin nelle pieghe più segrete...
Nel momento della solitudine, solo l'umiltà profonda ci viene in aiuto
col riconoscere l'incapacità radicale dell'umana
natura: essa costringe l'uomo a mettere tutto il
proprio essere ai piedi della croce, e allora di
colpo Cristo solleva per noi quella pesantezza
opprimente: «Imparate da me; il mio giogo è dolce e
il mio carico è leggero»
(Mt
11, 30).
Tratto da: Meditazioni
per l'anno liturgico - Edizioni Messaggero (Padova)