DE ZELO BONO QUEM
DEBENT HABERE MONACHI.
Sicut est zelus amaritudinis
malus, qui separat a Deo, et ducit ad infernum: ita
est zelus bonus, qui separat a vitiis, et a ducit ad
Deurn et ad vitam aeternam. Hunc ergo zelum
ferventissimo amore exerceant monachi...
DEL FERVORE PER IL BENE
CHE DEVONO AVERE I MONACI.
Come vi è uno zelo amaro e
maligno che separa da Dio e conduce all'inferno,
cosi vi è uno zelo Buono che separa dai vizi e porta
a Dio e alla vita eterna. Questo è lo zelo che i
monaci devono esercitare con ferventissimo amore...
Questo capitolo completa e
riassume tutto l'insegnamento dei quattro che lo
precedono. Si potrebbe anche considerarlo come
sintesi dell'intera Regola. S. Benedetto condensa
tutta la scienza della perfezione monastica in
alcune massime brevi e piene che hanno lo splendore
e la solidità del diamante. Benché gli elementi
dottrinali e le formule stesse ci siano in parte già
note, la loro scelta e il loro raggruppamento danno
loro nuovo valore (1).
E' un'idea antica quanto il cristianesimo e
familiarissima a S. Benedetto, che ogni vita umana
ha praticamente la scelta fra due direzioni e due
soltanto, tra due vie: quella del male, della
separazione da Dio, dell'inferno, quella del bene,
della separazione dai vizi, dell'unione a Dio, della
vita eterna. Su queste due strade due armate nemiche
s'affrettano e tra esse vi sono continui scontri.
Ciascuna ha il suo capo e il suo stendardo, ciascuna
la sua divisa, la sua tattica, le sue armi: in un
campo sta la superbia, la disobbedienza, il Non
serviam di Lucifero; nella altra sta l'umiltà,
l’obbedienza, Quis ut Deus? di S. Michele. S.
Benedetto parla qui di due sorta di zeli, come
sant'Agostino aveva parlato di due sorta d'amori (2).
Lo zelo è l'ardore secrete, il ribollire dell'anima,
il suo calore e il suo fervore. Nella S. Scrittura e
nei Padri, la parola « zelo » indica più spesso una
cattiva tendenza dell'anima: la gelosia, l'invidia,
l'asprezza nel cercare una soddisfazione egoista,
anche a danno del prossimo. In questo senso la usa
Cassiano al capitolo VI della sua I Conferenza ed ai
capitoli XV e XVI della XVIII; nello stesso senso S.
Benedetto raccomanda: Zelum, et invidiam non habere
(al capitolo IV-65° strumento) e all'Abate: Ne forte
invidiae aut zeli flamma urat animam (Affinché per
caso l'invidia o lo zelo non infiammino l'anima
(cap. LXV). S. Giacomo aveva parlato per il primo
dello « zelo amaro »: Quad si zelum amarum habetis,
et contentiones sint in cordibus vestris, nolite
gloriari et mendaces esse adversus veritatem... Ubi
zelus et contentio, ibi inconstantia et omne opus
pravum (perché, se avete zelo amaro, e dissenzioni
sian ne' vostri cuori, non vogliate gloriarvi e
mentire contro la verità, perché, dove è tale zelo e
tale dissenzione, ivi è scompiglio ed ogni opera
malvagia). Questo cattivo zelo conduce dritto alla
morte, scriveva già cosi S. Clemente di Roma: Qui ad
mortem adducit zelus (3).
Ma c'è anche uno zelo buono, un santo ,ardore, « lo
zelo di Dio » a cui S. Benedetto accenna al cap.
LXIV (4).
Egli ci dirà tra poco come si deve tradurre nella
vita un tale zelo; qui nota solo quale ne è il
frutto nelle anime: liberarle cioè dalle passioni e
condurle a Dio (5).
La direzione di tutti i nostri avanzamenti, parte
dall'interno, e perciò all'intimo, all'anima mira S.
Benedetto, e di là vorrebbe provocare un movimento
decisivo. Tutto consiste nel sapere che cosa abbiamo
nel cuore. Chi sa se non bisognerà rispondere: « Io
mi amo molto, per me non c'è che il mio io; c'è in
me un grande ardore di affermazione personale; io
sono tutto per il mio modo di vedere (cioè per le
mie illusioni). E siccome non sono solo al mondo, ma
attorno a me ci sono altri io che limitano me e
pretendono ridurmi, il mio zelo diventa facilmente
ardore d'impazienza, di collera, di contestazione,
di rivolta: zelus amaritudinis malus. Ci è
interdetto di restare neutri. E non c'e una pura
correzione esterna, che valga né che tenga. Se noi
ci fissiamo in un'attitudine inerte e fredda abbiamo
già scelto la morte. Lasciamo piuttosto che lo
Spirito di Dio accenda in noi la fiamma del buon
zelo che si chiama carità. Ama et fac quod vis. Chi
ama Dio, porta in se, in qualche modo, la regola. E,
se un fervore di fede e di tenerezza anima le nostre
azioni, tutto va bene. Le cattive abitudini, per
quanto inveterate, non potrebbero resistere a questa
fiamma vivente e tutta divina. Tale è lo zelo, dice
S. Benedetto ,che devono alimentare ed esercitare i
monaci « con ferventissimo amore ». Ed ecco
specialmente a che si applicherà questa santa
emulazione.
(1) E' l'eco
dell'insegnamento di S. Basilio (Reg. contr., XII sq.).
Ecco come gli antichi comprendevano la vita
contemplativa: Quali affectu debet servire qui
servit De? Affectum bonum vel animum ilium esse
arbitror ego, cum desiderium vehemens et inexplebile
atque immobile inest nobis placendi Deo. Impletur
autem iste affectus per theoriam .9er.oplav, id est
scientiam per quam intueri et perspicere possumus
magnificentiam gleriae Det, et per cogitations pias
et puras, et per memoriam, bonorum quae nobis a Deo
collata aunt; ex, quorum recordatione venit animae
dilectio Domini Dei sui, at earn diligat ex toto
corde suo, et ex tota anima sua, et ex iota mente
sua (XIV).
(2)
De Civitate Dei, 1. XIV, C. XXVIII. P. L., XLI, 436.
(3)
Epist. ad Con, IX (FUNK, Opera Patrum Apost., I, p.
72). Citato da D. BUTLER insieme con l’« antica
traduzione latina».
(4)
Cf. Cass., Conlat. II, XXVI; VII, II, Xxvr, XXVI;
XII, I; XIII, VIII; XVII, XXV. -- S. BASIL., Reg.
contr., LXXVIII.
(5) S. GEROLAMO
nel suo Commento su Exechiele (1. V, c. XVI. P. L.,
XXV, 156). cita come del Vangelo questa frase che
noi non ci troviamo più, ma che ricorda un passo
dell'Ecclesiastico (IV, 25)) : Est confusio quae
ducit ad mortem, et est confusio quae ducit ad vitam.
Egli cita ancora queste parole nella lettera LXCI,
6. P. L., XXII, 642. —Cf. II Cor., VII, 10.
Tratto da: Paul
Delatte - Commentario alla Regola di San Benedetto -
Edizioni S.E.S.A. Bergamo