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Cari fratelli e sorelle,
nella catechesi precedente, quindici
giorni fa, ho cercato di tracciare le linee essenziali
della biografia dell’apostolo Paolo. Abbiamo visto come
l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia
letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne
la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il
suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome
di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene
menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È
dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù
Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi
anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è
l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto
discriminante anche nel dialogo con le altre religioni.
Guardando a
Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo:
come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E
in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La
risposta data da Paolo può essere compresa in due
momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il
valore assolutamente fondante e insostituibile della
fede. Ecco che cosa scrive nella
Lettera ai Romani:
«Noi riteniamo che l'uomo viene giustificato per la
fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (3,28).
E così pure nella Lettera
ai Galati: «L'uomo non è
giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per
mezzo della fede in Gesù Cristo; perciò abbiamo creduto
anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla
fede in Cristo e non dalle opere della Legge, poiché
dalle opere della Legge non verrà mai giustificato
nessuno» (2,16). «Essere giustificati» significa essere
resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia
misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui,
e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più
autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla
base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene,
Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di
vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma
da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati
gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione
realizzata da Cristo Gesù» (Rm
3,24).
Con queste
parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della
sua conversione, la nuova direzione della sua vita
risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo,
prima della conversione, non era stato un uomo lontano
da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un
osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo.
Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con
questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua
propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era
vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento
della sua vita era assolutamente necessario. E questo
nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue
parole: «Questa vita che io vivo nella carne io la vivo
nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato
se stesso per me» (Gal
2, 20). Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua
propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se
stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa
è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal
Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del
Cristo, espressione estrema della sua autodonazione, non
c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria
giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo,
riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero
scrivendo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» (1
Cor 1,31 =
Ger
9,22s); oppure: «Quanto a me non ci sia altro vanto che
nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo
del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per
il mondo» (Gal
6,14).
Riflettendo
su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere
ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda
componente che definisce l’identità cristiana descritta
da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che
si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi
da sè, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e
così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo
stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto
la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive
nella Lettera ai Romani:
«Siamo stati battezzati nella sua morte... siamo stati
sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a
lui... Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma
viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm
6,3.4.5.11). Proprio quest'ultima espressione è
sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i
cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è
altrettanto importante dire che essi sono «in Cristo
Gesù» (cfr anche Rm
8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10;
1 Cor 1,2.3, ecc.). Altre
volte egli inverte i termini e scrive che «Cristo è in
noi/voi» (Rm
8,10; 2 Cor
13,5) o «in me» (Gal
2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il
cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo,
completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti,
pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la
distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la
vita del cristiano ha pure una componente che potremmo
dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di
noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso,
l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre
sofferenze come le «sofferenze di Cristo in noi» (2
Cor 1,5), così che noi
«portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di
Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel
nostro corpo» (2 Cor
4,10).
Tutto questo
dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo
l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo
grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve
mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di
fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi
confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto
cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia.
Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto,
bisogna dunque che a nient'altro e a nessun altro noi
tributiamo l'omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo
deve contaminare il nostro universo spirituale,
altrimenti invece di godere della libertà acquisita
ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù.
Dall'altra parte, la nostra radicale appartenenza a
Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un
atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In
definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo:
«Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm
8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai
separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù,
nostro Signore» (Rm
8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla
roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E
da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive
appunto l'Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la
forza» (Fi1
4,13).
Affrontiamo
perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi
dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo
ci offre. Facendone l'esperienza potremo capire quanto
sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho
creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare
il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno
definitivo (2 Tm
1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore
del mondo e nostro.
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