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Cari fratelli e sorelle,
mercoledì scorso
ho parlato di
un grande maestro della fede, il Padre della
Chiesa San Basilio. Oggi vorrei parlare del suo amico
Gregorio di Nazianzo, anche lui, come Basilio,
originario della Cappadocia. Illustre teologo, oratore e
difensore della fede cristiana nel IV secolo, fu celebre
per la sua eloquenza, ed ebbe anche, come poeta,
un'anima raffinata e sensibile.
Gregorio nacque da una nobile
famiglia. La madre lo consacrò a Dio fin dalla nascita,
avvenuta intorno al 330. Dopo la prima educazione
familiare, frequentò le più celebri scuole della sua
epoca: fu dapprima a Cesarea di Cappadocia, dove strinse
amicizia con Basilio, futuro Vescovo di quella città, e
sostò poi in altre metropoli del mondo antico, come
Alessandria d'Egitto e soprattutto Atene, dove incontrò
di nuovo Basilio (cfr
Oratio 43,14-24:
SC
384,146-180). Rievocandone l'amicizia, Gregorio scriverà
più tardi: «Allora non solo io mi sentivo preso da
venerazione verso il mio grande Basilio per la serietà
dei suoi costumi e per la maturità e saggezza dei suoi
discorsi, ma inducevo a fare altrettanto anche altri,
che ancora non lo conoscevano... Ci guidava la stessa
ansia di sapere... Questa era la nostra gara: non chi
fosse il primo, ma chi permettesse all'altro di esserlo.
Sembrava che avessimo un'unica anima in due corpi» (Oratio
43,16.20:
SC
384154-156.164). Sono parole che rappresentano un po'
l'autoritratto di quest’anima nobile. Ma si può anche
immaginare che quest'uomo, che era fortemente proiettato
oltre i valori terreni, abbia sofferto molto per le cose
di questo mondo.
Tornato a casa, Gregorio ricevette
il Battesimo e si orientò verso la vita monastica: la
solitudine, la meditazione filosofica e spirituale lo
affascinavano. Egli stesso scriverà: «Nulla mi sembra
più grande di questo: far tacere i propri sensi, uscire
dalla carne del mondo, raccogliersi in se stesso, non
occuparsi più delle cose umane, se non di quelle
strettamente necessarie; parlare con se stesso e con
Dio, condurre una vita che trascende le cose visibili;
portare nell'anima immagini divine sempre pure, senza
mescolanza di forme terrene ed erronee; essere veramente
uno specchio immacolato di Dio e delle cose divine, e
divenirlo sempre più, prendendo luce da luce...; godere,
nella speranza presente, il bene futuro, e conversare
con gli angeli; avere già lasciato la terra, pur stando
in terra, trasportati in alto con lo spirito» (Oratio
2,7: SC
247,96).
Come confida nella sua
autobiografia (cfr Carmina
[historica]
2,1,11
de vita sua
340-349:
PG
37,1053), ricevette l’ordinazione presbiterale con una
certa riluttanza, perché sapeva che poi avrebbe dovuto
fare il Pastore, occuparsi degli altri, delle loro cose,
quindi non più così raccolto nella pura meditazione:
Tuttavia egli poi accettò questa vocazione e assunse il
ministero pastorale in piena obbedienza, accettando,
come spesso gli accadde nella vita, di essere portato
dalla Provvidenza là dove non voleva andare (cfr
Gv
21,18). Nel 371 il suo amico Basilio, Vescovo di
Cesarea, contro il desiderio dello stesso Gregorio, lo
volle consacrare Vescovo di Sasima, un paese
strategicamente importante della Cappadocia. Egli però,
per varie difficoltà, non ne prese mai possesso, e
rimase invece nella città di Nazianzo.
Verso il 379, Gregorio fu chiamato
a Costantinopoli, la capitale, per guidare la piccola
comunità cattolica fedele al Concilio di Nicea e alla
fede trinitaria. La maggioranza aderiva invece
all'arianesimo, che era “politicamente corretto” e
considerato politicamente utile dagli imperatori. Così
egli si trovò in condizioni di minoranza, circondato da
ostilità. Nella chiesetta dell'Anastasis
pronunciò cinque Discorsi
teologici (Orationes
27-31: SC
250,70-343) proprio per difendere e rendere anche
intelligibile la fede trinitaria. Sono discorsi rimasti
celebri per la sicurezza della dottrina, l'abilità del
ragionamento, che fa realmente capire che questa è la
logica divina. E anche lo splendore della forma li rende
oggi affascinanti. Gregorio ricevette, a motivo di
questi discorsi, l'appellativo di “teologo”. Così viene
chiamato nella Chiesa ortodossa: il “teologo”. E questo
perché la teologia per lui non è una riflessione
puramente umana, o ancor meno frutto soltanto di
complicate speculazioni, ma deriva da una vita di
preghiera e di santità, da un dialogo assiduo con Dio. E
proprio così fa apparire alla nostra ragione la realtà
di Dio, il mistero trinitario. Nel silenzio
contemplativo, intriso di stupore davanti alle
meraviglie del mistero rivelato, l'anima accoglie la
bellezza e la gloria divina.
Mentre partecipava al secondo
Concilio Ecumenico del 381, Gregorio fu eletto Vescovo
di Costantinopoli, e assunse la presidenza del Concilio.
Ma subito si scatenò contro di lui una forte
opposizione, finché la situazione divenne insostenibile.
Per un'anima così sensibile queste inimicizie erano
insopportabili. Si ripeteva quello che Gregorio aveva
già lamentato precedentemente con parole accorate:
«Abbiamo diviso Cristo, noi che tanto amavamo Dio e
Cristo! Abbiamo mentito gli uni agli altri a motivo
della Verità, abbiamo nutrito sentimenti di odio a causa
dell'Amore, ci siamo divisi l'uno dall'altro!» (Oratio
6,3:
SC
405,128). Si giunse così, in un clima di tensione, alle
sue dimissioni. Nella cattedrale affollatissima Gregorio
pronunciò un discorso di addio di grande effetto e
dignità (cfr Oratio
42:
SC 384,48-114). Concludeva
il suo accorato intervento con queste parole: «Addio,
grande città, amata da Cristo... Figli miei, vi
supplico, custodite il deposito [della fede]
che vi è stato affidato
(cfr 1 Tm
6,20), ricordatevi delle mie
sofferenze (cfr Col
4,18). Che la grazia del nostro
Signore Gesù Cristo sia con tutti voi» (cfr
Oratio
42,27:
SC
384,112-114).
Ritornò a Nazianzo, e per circa
due anni si dedicò alla cura pastorale di quella
comunità cristiana. Poi si ritirò definitivamente in
solitudine nella vicina Arianzo, la sua terra natale,
dedicandosi allo studio e alla vita ascetica. In questo
periodo compose la maggior parte della sua opera
poetica, soprattutto autobiografica: il
De vita sua,
una rilettura in versi del
proprio cammino umano e spirituale, un cammino esemplare
di un cristiano sofferente, di un uomo di grande
interiorità in un mondo pieno di conflitti. È un uomo
che ci fa sentire il primato di Dio e perciò parla anche
a noi, a questo nostro mondo: senza Dio l'uomo perde la
sua grandezza, senza Dio non c'è vero umanesimo.
Ascoltiamo perciò questa voce e cerchiamo di conoscere
anche noi il volto di Dio. In una delle sue poesie aveva
scritto, rivolgendosi a Dio: «Sii benigno, Tu, l'Aldilà
di tutto» (Carmina [dogmatica]
1,1,29:
PG
37,508). E nel 390 Dio accoglieva tra le sue braccia
questo servo fedele, che con acuta intelligenza l’aveva
difeso negli scritti, e che con tanto amore l’aveva
cantato nelle sue poesie.
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