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Cari fratelli e sorelle,
nella serie delle nostre catechesi
su grandi personalità della Chiesa antica, arriviamo
oggi a un eccellente Vescovo africano del III secolo,
san Cipriano, che “fu il primo vescovo che in Africa
conseguì la corona del martirio”. In pari grado la sua
fama - come attesta il diacono Ponzio, che per primo ne
scrisse la vita - è legata alla produzione letteraria e
all'attività pastorale dei tredici anni che intercorrono
fra la sua conversione e il martirio (cfr
Vita
19,1; 1,1). Nato a Cartagine da ricca famiglia pagana,
dopo una giovinezza dissipata Cipriano si converte al
cristianesimo all’età di 35 anni. Egli stesso racconta
il suo itinerario spirituale: “Quando ancora giacevo
come in una notte oscura”, scrive alcuni mesi dopo il
battesimo, “mi appariva estremamente difficile e
faticoso compiere quello che la misericordia di Dio mi
proponeva... Ero legato dai moltissimi errori della mia
vita passata, e non credevo di potermene liberare, tanto
assecondavo i vizi e favorivo i miei cattivi desideri...
Ma poi, con l’aiuto dell’acqua rigeneratrice, fu lavata
la miseria della mia vita precedente; una luce sovrana
si diffuse nel mio cuore; una seconda nascita mi
restaurò in un essere interamente nuovo. In modo
meraviglioso cominciò allora a dissiparsi ogni dubbio...
Comprendevo chiaramente che era terreno quello che prima
viveva in me, nella schiavitù dei vizi della carne, ed
era invece divino e celeste ciò che lo Spirito Santo in
me aveva ormai generato” (A
Donato,
3-4).
Subito dopo la conversione,
Cipriano - non senza invidie e resistenze - viene eletto
all’ufficio sacerdotale e alla dignità di Vescovo. Nel
breve periodo del suo episcopato affronta le prime due
persecuzioni sancite da un editto imperiale, quella di
Decio (250) e quella di Valeriano (257 -258). Dopo la
persecuzione particolarmente crudele di Decio il Vescovo
dovette impegnarsi strenuamente per riportare la
disciplina nella comunità cristiana. Molti fedeli,
infatti, avevano abiurato, o comunque non avevano tenuto
un contegno corretto dinanzi alla prova. Erano i
cosiddetti lapsi
- cioè i ‘caduti’ -, che
desideravano ardentemente rientrare nella comunità. Il
dibattito sulla loro riammissione giunse a dividere i
cristiani di Cartagine in lassisti e rigoristi. A queste
difficoltà occorre aggiungere una grave pestilenza che
sconvolse l’Africa e pose interrogativi teologici
angosciosi sia all’interno della comunità sia nel
confronto con i pagani. Bisogna ricordare, infine, la
controversia fra Cipriano e il vescovo di Roma, Stefano,
circa la validità del battesimo amministrato ai pagani
da cristiani eretici.
In queste circostanze realmente
difficili Cipriano rivelò elette doti di governo: fu
severo, ma non inflessibile con i
lapsi,
accordando loro la
possibilità del perdono dopo una penitenza esemplare;
davanti a Roma fu fermo nel difendere le sane tradizioni
della Chiesa africana; fu umanissimo e pervaso dal più
autentico spirito evangelico nell’esortare i cristiani
all’aiuto fraterno dei pagani durante la pestilenza;
seppe tenere la giusta misura nel ricordare ai fedeli -
troppo timorosi di perdere la vita e i beni terreni -
che per loro la vera vita e i veri beni non sono quelli
di questo mondo; fu irremovibile nel combattere i
costumi corrotti e i peccati che devastavano la vita
morale, soprattutto l’avarizia. “Passava così le sue
giornate”, racconta a questo punto il diacono Ponzio,
“quand’ecco che - per ordine del proconsole - giunse
improvvisamente alla sua villa il capo della polizia” (Vita,
15,1). In quel giorno il
santo vescovo fu arrestato, e dopo un breve
interrogatorio affrontò coraggiosamente il martirio in
mezzo al suo popolo.
Cipriano compose numerosi trattati
e lettere, sempre legati al suo ministero pastorale.
Poco incline alla speculazione teologica, scriveva
soprattutto per l’edificazione della comunità e per il
buon comportamento dei fedeli. Di fatto,
la Chiesa
è il tema che gli è di gran lunga più caro. Distingue
tra Chiesa visibile,
gerarchica, e
Chiesa invisibile,
mistica, ma afferma con
forza che
la Chiesa
è una sola, fondata su Pietro. Non si stanca di ripetere
che “chi abbandona la cattedra di Pietro, su cui è
fondata la Chiesa,
si illude di restare nella Chiesa” (L’unità
della Chiesa cattolica,
4). Cipriano sa bene, e lo
ha formulato con parole forti, che “fuori della Chiesa
non c'è salvezza” (Epistola
4,4 e 73,21), e che “non
può avere Dio come padre chi non ha la Chiesa
come madre” (L’unità della
Chiesa cattolica,
4). Caratteristica irrinunciabile
della Chiesa è l’unità, simboleggiata dalla tunica di
Cristo senza cuciture (ibid.,
7): unità della quale dice che trova il suo fondamento
in Pietro (ibid.,
4) e la sua perfetta
realizzazione nell’Eucaristia (Epistola
63,13). “Vi è un solo Dio,
un solo Cristo”, ammonisce Cipriano, “una sola è la sua
Chiesa, una sola fede, un solo popolo cristiano, stretto
in salda unità dal cemento della concordia: e non si può
separare ciò che è uno per natura” (L’unità
della Chiesa cattolica,
23).
Abbiamo parlato del suo pensiero
riguardante la Chiesa,
ma non si deve trascurare, infine, l’insegnamento di
Cipriano sulla preghiera. Io amo particolarmente il suo
libro sul «Padre Nostro», che mi ha aiutato molto a
capire meglio e a recitare meglio la «preghiera del
Signore»: Cipriano insegna come proprio nel «Padre
Nostro» è donato al cristiano il retto modo di pregare;
e sottolinea che tale preghiera è al plurale, “affinché
colui che prega non preghi unicamente per sé. La nostra
preghiera — scrive — è pubblica e comunitaria e, quando
noi preghiamo, non preghiamo per uno solo, ma per tutto
il popolo, perché con tutto il popolo noi siamo una cosa
sola” (L’orazione del
Signore 8). Così preghiera
personale e liturgica appaiono robustamente legate tra
loro. La loro unità proviene dal fatto che esse
rispondono alla medesima Parola di Dio. Il cristiano non
dice “Padre mio”,
ma “Padre
nostro”,
fin nel segreto della
camera chiusa, perché sa che in ogni luogo, in ogni
circostanza, egli è membro di uno stesso Corpo.
“Preghiamo dunque, fratelli
amatissimi”, scrive il Vescovo di Cartagine, “come Dio,
il Maestro, ci ha insegnato. E’ preghiera confidenziale
e intima pregare Dio con ciò che è suo, far salire alle
sue orecchie la preghiera di Cristo. Riconosca il Padre
le parole del suo Figlio, quando diciamo una preghiera:
colui che abita interiormente nell’animo sia presente
anche nella voce... Quando si prega, inoltre, si abbia
un modo di parlare e di pregare che, con disciplina,
mantenga calma e riservatezza. Pensiamo che siamo
davanti allo sguardo di Dio. Bisogna essere graditi agli
occhi divini sia con l’atteggiamento del corpo che col
tono della voce... E quando ci riuniamo insieme con i
fratelli e celebriamo i sacrifici divini con il
sacerdote di Dio, dobbiamo ricordarci del timore
reverenziale e della disciplina, non dare al vento qua e
là le nostre preghiere con voci scomposte, né scagliare
con tumultuosa verbosità una richiesta che va
raccomandata a Dio con moderazione, perché Dio è
ascoltatore non della voce, ma del cuore (non
vocis sed cordis auditor est)”
(3-4). Si tratta di parole
che restano valide anche oggi e ci aiutano a celebrare
bene la Santa
Liturgia.
In definitiva, Cipriano si colloca
alle origini di quella feconda tradizione
teologico-spirituale che vede nel ‘cuore’ il luogo
privilegiato della preghiera. Stando alla Bibbia e ai
Padri, infatti, il cuore è l’intimo dell’uomo, il luogo
dove abita Dio. In esso si compie quell’incontro nel
quale Dio parla all’uomo, e l’uomo ascolta Dio; l’uomo
parla a Dio, e Dio ascolta l’uomo: il tutto attraverso
l’unica Parola divina. Precisamente in questo senso -
riecheggiando Cipriano - Smaragdo, abate di San Michele
alla Mosa nei primi anni del nono secolo, attesta che la
preghiera “è opera del cuore, non delle labbra, perché
Dio guarda non alle parole, ma al cuore dell’orante” (Il
diadema dei monaci,
l).
Carissimi, facciamo nostro questo
“cuore in ascolto”, di cui ci parlano la Bibbia
(cfr 1
Re
3,9) e i Padri: ne abbiamo tanto bisogno! Solo così
potremo sperimentare in pienezza che Dio è il nostro
Padre, e che
la Chiesa,
la santa Sposa di Cristo, è veramente la nostra Madre.
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