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Cari fratelli e sorelle,
nelle ultime due catechesi abbiamo fatto
un'escursione attraverso le Chiese d'Oriente di lingua
semitica, meditando su Afraate persiano e sant'Efrem
siro; oggi ritorniamo nel mondo latino, al Nord
dell'Impero Romano, con san Cromazio di Aquileia. Questo
Vescovo svolse il suo ministero nell’antica Chiesa di
Aquileia, fervente centro di vita cristiana situato
nella Decima regione dell’Impero romano, la
Venetia et Histria. Nel 388, quando Cromazio salì
sulla cattedra episcopale della città, la comunità
cristiana locale aveva già maturato una storia gloriosa
di fedeltà al Vangelo. Tra la metà del terzo e i primi
anni del quarto secolo le persecuzioni di Decio, di
Valeriano e di Diocleziano avevano mietuto un gran
numero di martiri. Inoltre, la Chiesa di Aquileia si era
misurata, come tante altre Chiese del tempo, con la
minaccia dell’eresia ariana. Lo stesso Atanasio –
l’alfiere dell’ortodossia nicena, che gli ariani avevano
cacciato in esilio –, per qualche tempo trovò rifugio ad
Aquileia. Sotto la guida dei suoi Vescovi, la comunità
cristiana resistette alle insidie dell’eresia e rinsaldò
la propria adesione alla fede cattolica.
Nel settembre del 381 Aquileia fu sede di un Sinodo,
che vide convenire circa 35 Vescovi dalle coste
dell’Africa, dalla valle del Rodano e da tutta la
Decima regione. Il Sinodo si proponeva di debellare
gli ultimi residui dell’arianesimo in Occidente. Al
Concilio prese parte anche il presbitero Cromazio, in
qualità di esperto del Vescovo di Aquileia, Valeriano
(370/1-387/8). Gli anni intorno al Sinodo del 381
rappresentano “l’età d’oro” della comunità aquileiese.
San Girolamo, che era nativo della Dalmazia, e Rufino di
Concordia parlano con nostalgia del loro soggiorno ad
Aquileia (370-373), in quella specie di cenacolo
teologico che Girolamo non esita a definire tamquam
chorus beatorum, “come un coro di beati” (Cronaca:
PL XXVII, 697-698). In questo cenacolo – che ricorda
per alcuni aspetti le esperienze comunitarie condotte da
Eusebio di Vercelli e da Agostino – si formarono le più
notevoli personalità delle Chiese dell’Alto Adriatico.
Ma già nella sua famiglia Cromazio aveva imparato a
conoscere e ad amare Cristo. Ce ne parla, con termini
pieni di ammirazione, lo stesso Girolamo, che paragona
la madre di Cromazio alla profetessa Anna, le sue due
sorelle alle vergini prudenti della parabola evangelica,
Cromazio stesso e il suo fratello Eusebio al giovane
Samuele (cfr Ep VII: PL XXII, 341). Di
Cromazio e di Eusebio Girolamo scrive ancora: “Il beato
Cromazio e il santo Eusebio erano fratelli per il
vincolo del sangue, non meno che per l’identità degli
ideali” (Ep. VIII: PL XXII, 342).
Cromazio era nato ad Aquileia verso il 345. Venne
ordinato diacono e poi presbitero; infine fu eletto
Pastore di quella Chiesa (a. 388). Ricevuta la
consacrazione episcopale dal Vescovo Ambrogio, si dedicò
con coraggio ed energia a un compito immane per la
vastità del territorio affidato alla sue cure pastorali:
la giurisdizione ecclesiastica di Aquileia, infatti, si
estendeva dai territori attuali della Svizzera Baviera,
Austria e Slovenia, giungendo fino all’Ungheria. Quanto
Cromazio fosse conosciuto e stimato nella Chiesa del suo
tempo, lo si può arguire da un episodio della vita di
san Giovanni Crisostomo. Quando il Vescovo di
Costantinopoli fu esiliato dalla sua sede, scrisse tre
lettere a quelli che egli riteneva i più importanti
Vescovi d’Occidente, per ottenerne l’appoggio presso gli
imperatori: una lettera la scrisse al Vescovo di Roma,
la seconda al Vescovo di Milano, la terza al Vescovo di
Aquileia, Cromazio appunto (Ep. CLV: PG
LII, 702). Anche per lui, quelli erano tempi difficili a
motivo della precaria situazione politica. Molto
probabilmente Cromazio morì in esilio, a Grado, mentre
cercava di scampare alle scorrerie dei barbari, nello
stesso anno 407 nel quale moriva anche il Crisostomo.
Quanto a prestigio e importanza, Aquileia era la
quarta città della penisola italiana, e la nona
dell’Impero romano: anche per questo motivo essa
attirava le mire dei Goti e degli Unni. Oltre a causare
gravi lutti e distruzioni, le invasioni di questi popoli
compromisero gravemente la trasmissione delle opere dei
Padri conservate nella biblioteca episcopale, ricca di
codici. Andarono dispersi anche gli scritti di san
Cromazio, che finirono qua e là, e furono spesso
attribuiti ad altri autori: a Giovanni Crisostomo (anche
per l’equivalente inizio dei due nomi, Chromatius
come Chrysostomus); oppure ad Ambrogio e ad
Agostino; e anche a Girolamo, che Cromazio aveva aiutato
molto nella revisione del testo e nella traduzione
latina della Bibbia. La riscoperta di gran parte
dell’opera di Cromazio è dovuta a felici e
fortunose vicende, che hanno consentito solo in anni
recenti di ricostruire un corpus di scritti
abbastanza consistente: più di una quarantina di
sermoni, dei quali una decina frammentari, e oltre
sessanta trattati di commento al Vangelo di Matteo.
Cromazio fu sapiente maestro e zelante
pastore. Il suo primo e principale impegno fu quello
di porsi in ascolto della Parola, per essere capace di
farsene poi annunciatore: nel suo insegnamento egli
parte sempre dalla Parola di Dio, e ad essa sempre
ritorna. Alcune tematiche gli sono particolarmente care:
anzitutto il mistero trinitario, che egli
contempla nella sua rivelazione lungo tutta la storia
della salvezza. Poi il tema dello Spirito
Santo: Cromazio richiama costantemente i fedeli alla
presenza e all’azione della terza Persona della
Santissima Trinità nella vita della Chiesa. Ma con
particolare insistenza il santo Vescovo ritorna sul
mistero di Cristo. Il Verbo incarnato è vero Dio e
vero uomo: ha assunto integralmente l’umanità, per farle
dono della propria divinità. Queste verità, ribadite con
insistenza anche in funzione antiariana, approderanno
una cinquantina di anni più tardi alla definizione del
Concilio di Calcedonia. La forte sottolineatura della
natura umana di Cristo conduce Cromazio a parlare della
Vergine Maria. La sua dottrina mariologica è
tersa e precisa. A lui dobbiamo alcune suggestive
descrizioni della Vergine Santissima: Maria è la
“vergine evangelica capace di accogliere Dio”; è
la “pecorella immacolata e inviolata”, che ha generato
l’“agnello ammantato di porpora” (cfr Sermo
XXIII,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, p.
134). Il Vescovo di Aquileia mette spesso la Vergine in
relazione con la Chiesa: entrambe, infatti, sono
“vergini” e “madri”. L’ecclesiologia di Cromazio
è sviluppata soprattutto nel commento a Matteo. Ecco
alcuni concetti ricorrenti: la Chiesa è unica, è nata
dal sangue di Cristo; è veste preziosa intessuta dallo
Spirito Santo; la Chiesa è là dove si annuncia che
Cristo è nato dalla Vergine, dove fiorisce la fraternità
e la concordia. Un’immagine a cui Cromazio è
particolarmente affezionato è quella della nave sul mare
in tempesta — e i suoi erano tempi di tempesta, come
abbiamo sentito — : “Non c’è dubbio”, afferma il santo
Vescovo, “che questa nave rappresenta la Chiesa” (cfr
Tract. XLII,5: Scrittori dell’area santambrosiana
3/2, p. 260).
Da zelante pastore qual è, Cromazio sa parlare alla
sua gente con linguaggio fresco, colorito e incisivo.
Pur non ignorando il perfetto cursus latino,
preferisce ricorrere al linguaggio popolare, ricco di
immagini facilmente comprensibili. Così, ad esempio,
prendendo spunto dal mare, egli mette a confronto, da
una parte, la pesca naturale di pesci che, tirati a
riva, muoiono; e, dall’altra, la predicazione
evangelica, grazie alla quale gli uomini vengono tratti
in salvo dalle acque limacciose della morte, e
introdotti alla vita vera (cfr Tract. XVI,3:
Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 106). Sempre
nell’ottica del buon pastore, in un periodo burrascoso
come il suo, funestato dalle scorrerie dei barbari, egli
sa mettersi a fianco dei fedeli per confortarli e per
aprirne l’animo alla fiducia in Dio, che non abbandona
mai i suoi figli.
Raccogliamo infine, a conclusione di queste
riflessioni, un’esortazione di Cromazio, ancor oggi
perfettamente valida: “Preghiamo il Signore con tutto il
cuore e con tutta la fede - raccomanda il Vescovo di
Aquileia in un suo Sermone -preghiamolo di
liberarci da ogni incursione dei nemici, da ogni timore
degli avversari. Non guardi i nostri meriti, ma la sua
misericordia, lui che anche in passato si degnò di
liberare i figli di Israele non per i loro meriti, ma
per la sua misericordia. Ci protegga con il solito amore
misericordioso, e operi per noi ciò che il santo Mosè
disse ai figli di Israele: Il Signore combatterà in
vostra difesa, e voi starete in silenzio. È lui che
combatte, è lui che riporta la vittoria… E affinché si
degni di farlo, dobbiamo pregare il più possibile. Egli
stesso infatti dice per bocca del profeta: Invocami
nel giorno della tribolazione; io ti libererò, e tu mi
darai gloria” (Sermo XVI,4: Scrittori
dell’area santambrosiana 3/1, pp. 100-102).
Così, proprio all'inizio del tempo di Avvento, san
Cromazio ci ricorda che l'Avvento è tempo di preghiera,
in cui occorre entrate in contatto con Dio. Dio ci
conosce, conosce me, conosce ognuno di noi, mi vuol
bene, non mi abbandona. Andiamo avanti con questa
fiducia nel tempo liturgico appena iniziato.
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