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Cari fratelli e sorelle,
proseguendo
il nostro viaggio tra i protagonisti delle origini
cristiane, dedichiamo oggi la nostra attenzione ad
alcuni altri collaboratori di san Paolo. Dobbiamo
riconoscere che l'Apostolo è un esempio eloquente di
uomo aperto alla collaborazione: nella Chiesa egli non
vuole fare tutto da solo, ma si avvale di numerosi e
diversificati colleghi. Non possiamo soffermarci su
tutti questi preziosi aiutanti, perché sono molti. Basti
ricordare, tra gli altri, Èpafra (cfr
Col
1,7; 4,12; Fm
23), Epafrodìto (cfr Fil
2,25; 4,18), Tìchico (cfr
At 20,4;
Ef
6,21; Col
4,7; 2 Tm
4,12; Tt
3,12), Urbano (cfr Rm
16,9), Gaio e Aristarco (cfr
At
19,29; 20,4; 27,2; Col
4,10). E donne come Febe (cfr Rm 16, 1), Trifèna e
Trifòsa (cfr Rm 16, 12), Pèrside, la madre di Rufo —
della quale san Paolo dice: “È madre anche mia” (cfr Rm
16, 12-13) — per non dimenticare coniugi come Prisca e
Aquila (cfr Rm 16, 3; 1Cor 16, 19; 2Tm 4, 19). Oggi, tra
questa grande schiera di collaboratori e di
collaboratrici di san Paolo rivolgiamo il nostro
interessamento a tre di queste persone, che hanno svolto
un ruolo particolarmente significativo
nell’evangelizzazione delle origini: Barnaba, Silvano e
Apollo.
Barnaba
significa «figlio
dell'esortazione» (At
4,36) o «figlio della consolazione» ed è il soprannome
di un giudeo-levita nativo di Cipro. Stabilitosi a
Gerusalemme, egli fu uno dei primi che abbracciarono il
cristianesimo, dopo la risurrezione del Signore. Con
grande generosità vendette un campo di sua proprietà
consegnando il ricavato agli Apostoli per le necessità
della Chiesa (cfr At
4,37). Fu lui a farsi garante della conversione di Saulo
presso la comunità cristiana di Gerusalemme, la quale
ancora diffidava dell’antico persecutore (cfr
At
9,27). Inviato ad Antiochia di Siria, andò a riprendere
Paolo a Tarso, dove questi si era ritirato, e con lui
trascorse un anno intero, dedicandosi
all’evangelizzazione di quella importante città, nella
cui Chiesa Barnaba era conosciuto come profeta e dottore
(cfr At
13,1). Così Barnaba, al momento delle prime conversioni
dei pagani, ha capito che quella era l'ora di Saulo, il
quale si era ritirato a Tarso, sua città. Là è andato a
cercarlo. Così, in quel momento importante, ha quasi
restituito Paolo alla Chiesa; le ha donato, in questo
senso, ancora una volta l'Apostolo delle Genti. Dalla
Chiesa antiochena Barnaba fu inviato in missione insieme
a Paolo, compiendo quello che va sotto il nome di primo
viaggio missionario dell’Apostolo. In realtà, si trattò
di un viaggio missionario di Barnaba, essendo lui il
vero responsabile, al quale Paolo si aggregò come
collaboratore, toccando le regioni di Cipro e
dell’Anatolia centro-meridionale, nell'attuale Turchia,
con le città di Attalìa, Perge, Antiochia di Pisidia,
Iconio, Listra e Derbe (cfr
At
13-14). Insieme a Paolo si recò poi al cosiddetto
Concilio di Gerusalemme dove, dopo un approfondito esame
della questione, gli Apostoli con gli Anziani decisero
di disgiungere la pratica della circoncisione
dall'identità cristiana (cfr
At
15,1-35). Solo così, alla fine, hanno ufficialmente reso
possibile
la Chiesa
dei pagani, una Chiesa senza circoncisione: siamo figli
di Abramo semplicemente per la fede in Cristo.
I due, Paolo
e Barnaba, entrarono poi in contrasto, all'inizio del
secondo viaggio missionario, perché Barnaba era
dell’idea di prendere come compagno Giovanni Marco,
mentre Paolo non voleva, essendosi il giovane separato
da loro durante il viaggio precedente (cfr
At
13,13; 15,36-40). Quindi anche tra santi ci sono
contrasti, discordie, controversie. E questo a me appare
molto consolante, perché vediamo che i santi non sono
“caduti dal cielo”. Sono uomini come noi, con problemi
anche complicati. La santità non consiste nel non aver
mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella capacità
di conversione, di pentimento, di disponibilità a
ricominciare, e soprattutto nella capacità di
riconciliazione e di perdono. E così Paolo, che era
stato piuttosto aspro e amaro nei confronti di Marco,
alla fine si ritrova con lui. Nelle ultime Lettere di
san Paolo, a Filèmone e nella seconda a Timoteo, proprio
Marco appare come “il mio collaboratore”. Non è
quindi il non aver mai sbagliato, ma la capacità di
riconciliazione e di perdono che ci fa santi. E tutti
possiamo imparare questo cammino di santità. In ogni
caso Barnaba, con Giovanni Marco, ripartì verso Cipro
(cfr At
15,39) intorno all'anno 49. Da quel momento si perdono
le sue tracce. Tertulliano gli attribuisce
la
Lettera
agli Ebrei, il che non
manca di verosimiglianza perché, essendo della tribù di
Levi, Barnaba poteva avere un interesse per il tema del
sacerdozio. E la
Lettera
agli Ebrei ci interpreta in
modo straordinario il sacerdozio di Gesù.
Un altro
compagno di Paolo fu Sila,
forma grecizzata di un nome
ebraico (forse sheal,
«chiedere, invocare», che è
la stessa radice del nome «Saulo»), di cui risulta anche
la forma latinizzata
Silvano. Il nome Sila è
attestato solo nel Libro
degli Atti, mentre il nome
Silvano compare solo nelle
Lettere paoline. Egli era
un giudeo di Gerusalemme, uno dei primi a farsi
cristiano, e in quella Chiesa godeva di grande stima
(cfr At
15,22), essendo considerato profeta (cfr
At
15,32). Fu incaricato di recare «ai fratelli di
Antiochia, Siria e Cilicia» (At
15,23) le decisioni prese al Concilio di Gerusalemme e
di spiegarle. Evidentemente egli era ritenuto capace di
operare una sorta di mediazione tra Gerusalemme e
Antiochia, tra ebreo-cristiani e cristiani di origine
pagana, e così servire l'unità della Chiesa nella
diversità di riti e di origini. Quando Paolo si separò
da Barnaba, assunse proprio Sila come nuovo compagno di
viaggio (cfr At
15,40). Con Paolo egli raggiunse la Macedonia
(con le città di Filippi, Tessalonica e Berea), dove si
fermò, mentre Paolo proseguì verso Atene e poi Corinto.
Sila lo raggiunse a Corinto, dove cooperò alla
predicazione del Vangelo; infatti, nella seconda
Lettera
indirizzata da Paolo a quella Chiesa, si parla di «Gesù
Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e
Timoteo» (2 Cor
1,19). Si spiega così come mai egli risulti come
co-mittente, insieme a Paolo e Timoteo, delle due
Lettere ai Tessalonicesi.
Anche questo mi sembra importante. Paolo non agisce da
“solista”, da puro individuo, ma insieme con questi
collaboratori nel “noi” della Chiesa. Questo “io” di
Paolo non è un “io” isolato, ma un “io” nel “noi” della
Chiesa, nel “noi” della fede apostolica. E Silvano alla
fine viene menzionato pure nella
Prima Lettera di Pietro,
dove si legge: «Vi ho scritto per
mezzo di Silvano, fratello fedele» (5,12). Così vediamo
anche la comunione degli Apostoli. Silvano serve a
Paolo, serve a Pietro, perché la Chiesa
è una e l'annuncio missionario è unico.
Il terzo
compagno di Paolo, di cui vogliamo fare memoria, è
chiamato Apollo,
probabile abbreviazione di
Apollonio o
Apollodoro. Pur trattandosi di un
nome di stampo pagano, egli era un fervente ebreo di
Alessandria d'Egitto. Luca nel
Libro degli Atti
lo definisce «uomo colto, versato nelle Scritture...
pieno di fervore» (18,24-25). L’ingresso di Apollo sulla
scena della prima evangelizzazione avviene nella città
di Efeso: lì si era recato a predicare e lì ebbe la
fortuna di incontrare i coniugi cristiani Priscilla e
Aquila (cfr At
18,26), che lo introdussero ad una conoscenza più
completa della “via di Dio” (cfr
At
18,26). Da Efeso passò in Acaia raggiungendo la città di
Corinto: qui arrivò con l'appoggio di una lettera dei
cristiani di Efeso, che raccomandavano ai Corinzi di
fargli buona accoglienza (cfr
At
18,27). A Corinto, come scrive Luca, «fu molto utile a
quelli che per opera della grazia erano divenuti
credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei,
dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che
Gesù è il Cristo» (At
18,27-28), il Messia. Il suo successo in quella città
ebbe però un risvolto problematico, in quanto vi furono
alcuni membri di quella Chiesa che nel suo nome,
affascinati dal suo modo di parlare, si opponevano agli
altri (cfr 1 Cor
1,12; 3,4-6; 4,6). Paolo nella
Prima Lettera ai
Corinzi
esprime apprezzamento per
l’operato di Apollo, ma rimprovera i Corinzi di lacerare
il Corpo di Cristo suddividendosi in fazioni
contrapposte. Egli trae un importante insegnamento da
tutta la vicenda: sia io che Apollo – egli dice – non
siamo altro che diakonoi,
cioè semplici ministri, attraverso i quali siete venuti
alla fede (cfr 1 Cor
3,5). Ognuno ha un compito differenziato nel campo del
Signore: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio
che ha fatto crescere... Siamo infatti collaboratori di
Dio, e voi siete il campo di Dio, l'edificio di Dio» (1
Cor 3,6-9). Rientrato a
Efeso, Apollo resistette all’invito di Paolo di tornare
subito a Corinto, rimandando il viaggio a una data
successiva da noi ignorata (cfr
1 Cor
16,12). Non abbiamo altre sue notizie, anche se alcuni
studiosi pensano a lui come a possibile autore della
Lettera agli Ebrei,
della quale, secondo Tertulliano, sarebbe autore Barnaba.
Tutti e tre questi uomini brillano
nel firmamento dei testimoni del Vangelo per una nota in
comune oltre che per caratteristiche proprie di
ciascuno. In comune, oltre all’origine giudaica, hanno
la dedizione a Gesù Cristo e al Vangelo, insieme al
fatto di essere stati tutti e tre collaboratori
dell'apostolo Paolo. In questa originale missione
evangelizzatrice essi hanno trovato il senso della loro
vita, e in quanto tali stanno davanti a noi come modelli
luminosi di disinteresse e di generosità. E ripensiamo,
alla fine, ancora una volta a questa frase di san Paolo:
sia Apollo, sia io siamo tutti ministri di Gesù, ognuno
nel suo modo, perché è Dio che fa crescere. Questa
parola vale anche oggi per tutti, sia per il Papa, sia
per i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i laici.
Tutti siamo umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo
per quanto possiamo, secondo i nostri doni, e preghiamo
Dio perché faccia Lui crescere oggi il suo Vangelo, la
sua Chiesa.
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