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Cari fratelli e sorelle,
con la
catechesi di oggi riprendiamo il filo delle catechesi
abbandonato in occasione del viaggio in Brasile e
continuiamo a parlare delle grandi personalità della
Chiesa antica: sono maestri della fede anche per noi
oggi e testimoni della perenne attualità della fede
cristiana. Oggi parliamo di un africano,
Tertulliano, che tra la fine del secondo e l'inizio del
terzo secolo inaugura la letteratura cristiana in lingua
latina. Con lui comincia una teologia in tale lingua. La
sua opera ha dato frutti decisivi, che sarebbe
imperdonabile sottovalutare. Il suo influsso si sviluppa
su diversi piani: da quelli del linguaggio e del
recupero della cultura classica, a quelli
dell'individuazione di una comune “anima cristiana” nel
mondo e della formulazione di nuove proposte di
convivenza umana. Non conosciamo con esattezza le date
della sua nascita e della sua morte. Sappiamo invece che
a Cartagine, verso la fine del II secolo, da genitori e
da insegnanti pagani, ricevette una solida formazione
retorica, filosofica, giuridica e storica. Si convertì
poi al cristianesimo, attratto - come pare -
dall'esempio dei martiri cristiani. Cominciò a
pubblicare i suoi scritti più famosi nel 197. Ma una
ricerca troppo individuale della verità insieme con le
intemperanze del carattere — era un uomo rigoroso — lo
condussero gradualmente a lasciare la comunione con
la Chiesa
e ad aderire alla setta del montanismo. Tuttavia,
l’originalità del pensiero unita all’incisiva efficacia
del linguaggio gli assicurano una posizione di spicco
nella letteratura cristiana antica.
Sono famosi
soprattutto i suoi scritti di carattere apologetico.
Essi manifestano due intenti principali: quello di
confutare le gravissime accuse che i pagani rivolgevano
contro la nuova religione, e quello - più propositivo e
missionario - di comunicare il messaggio del Vangelo in
dialogo con la cultura del tempo. La sua opera più nota,
l’Apologetico,
denuncia il comportamento
ingiusto delle autorità politiche verso
la Chiesa;
spiega e difende gli insegnamenti e i costumi dei
cristiani; individua le differenze tra la nuova
religione e le principali correnti filosofiche del
tempo; manifesta il trionfo dello Spirito, che alla
violenza dei persecutori oppone il sangue, la sofferenza
e la pazienza dei martiri: “Per quanto raffinata -
scrive l'Africano -, a nulla serve la vostra crudeltà:
anzi, per la nostra comunità, essa è un invito. A ogni
vostro colpo di falce diveniamo più numerosi: il sangue
dei cristiani è una semina efficace! (semen
est sanguis christianorum!)”
(Apologetico
50,13). Il martirio, la sofferenza
per la verità sono alla fine vittoriosi e più efficaci
della crudeltà e della violenza dei regimi totalitari.
Ma
Tertulliano, come ogni buon apologista, avverte nello
stesso tempo l’esigenza di comunicare positivamente
l’essenza del cristianesimo. Per questo egli adotta il
metodo speculativo per illustrare i fondamenti razionali
del dogma cristiano. Li approfondisce in maniera
sistematica, a cominciare dalla descrizione del “Dio dei
cristiani”: “Quello che noi adoriamo - attesta
l'Apologista - è un Dio unico”. E prosegue, impiegando
le antitesi e i paradossi caratteristici del suo
linguaggio: “Egli è invisibile, anche se lo si vede;
inafferrabile, anche se è presente attraverso la grazia;
inconcepibile, anche se i sensi umani lo possono
concepire; perciò è vero e grande!” (ibid.,
17,1-2).
Tertulliano, inoltre, compie un passo
enorme nello sviluppo del dogma trinitario; ci ha dato
in latino il linguaggio adeguato per esprimere questo
grande mistero, introducendo i termini “una sostanza” e
“tre Persone”. In modo simile, ha sviluppato molto anche
il corretto linguaggio per esprimere il mistero di
Cristo Figlio di Dio e vero Uomo.
L’Africano
tratta anche dello Spirito Santo, dimostrandone il
carattere personale e divino: “Crediamo che, secondo la
sua promessa, Gesù Cristo inviò per mezzo del Padre lo
Spirito Santo, il Paraclèto, il santificatore della fede
di coloro che credono nel Padre, nel Figlio e nello
Spirito” (ibid.,
2,1). Ancora, nelle opere dell’Africano si leggono
numerosi testi sulla Chiesa, che Tertulliano riconosce
sempre come ‘madre’. Anche dopo la sua adesione al
montanismo,
egli non ha dimenticato che
la Chiesa
è
la Madre
della nostra fede e della nostra vita cristiana. Egli si
sofferma pure
sulla condotta morale dei
cristiani e sulla vita futura. I suoi scritti sono
importanti anche per cogliere tendenze vive nelle
comunità cristiane riguardo a Maria santissima, ai
sacramenti dell’Eucaristia, del Matrimonio e della
Riconciliazione, al primato petrino, alla preghiera...
In modo speciale, in quei tempi di persecuzione in cui i
cristiani sembravano una minoranza perduta, l’Apologista
li esorta alla speranza, che - stando ai suoi scritti -
non è semplicemente una virtù a sé stante, ma una
modalità che investe ogni aspetto dell’esistenza
cristiana. Abbiamo la speranza che il futuro è nostro
perché il futuro è di Dio. Così la risurrezione del
Signore viene presentata come il fondamento della nostra
futura risurrezione, e rappresenta l’oggetto principale
della fiducia
dei cristiani: “La carne risorgerà
- afferma categoricamente l'Africano -: tutta la carne,
proprio la carne, e la carne tutta intera. Dovunque si
trovi, essa è in deposito presso Dio, in virtù del
fedelissimo mediatore tra Dio e gli uomini Gesù Cristo,
che restituirà Dio all’uomo e l’uomo a Dio” (Sulla
risurrezione dei morti
63,1).
Dal punto di
vista umano si può parlare senz’altro di un dramma di
Tertulliano. Con il passare degli anni egli diventò
sempre più esigente nei confronti dei cristiani.
Pretendeva da loro in ogni circostanza, e soprattutto
nelle persecuzioni, un comportamento eroico. Rigido
nelle sue posizioni, non risparmiava critiche pesanti e
inevitabilmente finì per trovarsi isolato. Del resto,
anche oggi restano aperte molte questioni, non solo sul
pensiero teologico e filosofico di Tertulliano, ma anche
sul suo atteggiamento nei confronti delle istituzioni
politiche e della società pagana. A me fa molto pensare
questa grande personalità morale e intellettuale,
quest'uomo che ha dato un così grande contributo al
pensiero cristiano. Si vede che alla fine gli manca la
semplicità, l'umiltà di inserirsi nella Chiesa, di
accettare le sue debolezze, di essere tollerante con gli
altri e con se stesso. Quando si vede solo il proprio
pensiero nella sua grandezza, alla fine è proprio questa
grandezza che si perde. La caratteristica essenziale di
un grande teologo è l'umiltà di stare con la Chiesa,
di accettare le sue e le proprie debolezze, perché solo
Dio è realmente tutto santo. Noi invece abbiamo sempre
bisogno del perdono.
In
definitiva, l’Africano rimane un testimone interessante
dei primi tempi della Chiesa, quando i cristiani si
trovarono ad essere autentici soggetti di “nuova
cultura” nel confronto ravvicinato tra eredità classica
e messaggio evangelico. E’ sua la celebre affermazione
secondo cui la nostra anima “è
naturaliter
cristiana” (Apologetico
17,6), dove Tertulliano
evoca la perenne continuità tra gli autentici valori
umani e quelli cristiani; e anche quell’altra sua
riflessione, mutuata direttamente dal Vangelo, secondo
cui “il cristiano non può odiare nemmeno i propri
nemici” (cfr Apologetico
37), dove il risvolto
morale, ineludibile, della scelta di fede, propone la
“non violenza” come regola di vita: e non è chi non veda
la drammatica attualità di questo insegnamento, anche
alla luce dell’acceso dibattito sulle religioni.
Negli scritti
dell’Africano, insomma, si rintracciano numerosi temi
che ancor oggi siamo chiamati ad affrontare. Essi ci
coinvolgono in una feconda ricerca interiore, alla quale
esorto tutti i fedeli, perché sappiano esprimere in
maniera sempre più convincente la
Regola
della fede,
quella - per tornare ancora una
volta a Tertulliano – “secondo la quale noi crediamo che
esiste un solo Dio, e nessun altro al di fuori del
Creatore del mondo: egli ha tratto ogni cosa dal nulla
per mezzo del suo Verbo, generato prima di tutte le
cose” (La prescrizione
degli eretici 13,1).
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