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Cari fratelli e sorelle,
dopo la Settimana di preghiera
per l'unità dei cristiani ritorniamo oggi alla grande
figura di sant'Agostino. Il mio caro Predecessore
Giovanni Paolo II gli ha dedicato nel 1986, cioè nel
sedicesimo centenario della sua conversione, un lungo e
denso documento, la Lettera apostolica
Augustinum Hipponensem.
Il Papa stesso volle definire questo testo “un
ringraziamento a Dio per il dono fatto alla Chiesa, e
per essa all'umanità intera, con quella mirabile
conversione” (AAS,
74, 1982, p. 802). Sul tema della conversione vorrei
tornare in una prossima Udienza. È un tema fondamentale
non solo per la sua vita personale, ma anche per la
nostra. Nel Vangelo di domenica scorsa il Signore stesso
ha riassunto la sua predicazione con la parola:
“Convertitevi”. Seguendo il cammino di sant'Agostino,
potremmo meditare su che cosa sia questa conversione: è
una cosa definitiva, decisiva, ma la decisione
fondamentale deve svilupparsi, deve realizzarsi in tutta
la nostra vita.
La catechesi oggi è dedicata
invece al tema fede e ragione, che è un tema
determinante, o meglio, il tema determinante per la
biografia di sant'Agostino. Da bambino aveva imparato da
sua madre Monica la fede cattolica. Ma da adolescente
aveva abbandonato questa fede perché non poteva più
vederne la ragionevolezza e non voleva una religione che
non fosse anche per lui espressione della ragione, cioè
della verità. La sua sete di verità era radicale e lo ha
condotto quindi ad allontanarsi dalla fede cattolica. Ma
la sua radicalità era tale che egli non poteva
accontentarsi di filosofie che non arrivassero alla
verità stessa, che non arrivassero fino a Dio. E a un
Dio che non fosse soltanto un'ultima ipotesi
cosmologica, ma che fosse il vero Dio, il Dio che dà la
vita e che entra nella nostra stessa vita. Così tutto
l'itinerario intellettuale e spirituale di sant'Agostino
costituisce un modello valido anche oggi nel rapporto
tra fede e ragione, tema non solo per uomini credenti ma
per ogni uomo che cerca la verità, tema centrale per
l'equilibrio e il destino di ogni essere umano. Queste
due dimensioni, fede e ragione, non sono da separare né
da contrapporre, ma piuttosto devono sempre andare
insieme. Come ha scritto Agostino stesso dopo la sua
conversione, fede e ragione sono “le due forze che ci
portano a conoscere” (Contra
Academicos, III, 20, 43). A
questo proposito rimangono giustamente celebri le due
formule agostiniane (Sermones,
43, 9) che esprimono questa coerente sintesi tra fede e
ragione: crede ut
intelligas (“credi per
comprendere”) — il credere apre la strada per varcare la
porta della verità — ma anche, e inseparabilmente,
intellige ut credas
(“comprendi per credere”), scruta la verità per poter
trovare Dio e credere.
Le due affermazioni di Agostino
esprimono con efficace immediatezza e con altrettanta
profondità la sintesi di questo problema, nella quale la
Chiesa cattolica vede espresso il proprio cammino.
Storicamente questa sintesi va formandosi, prima ancora
della venuta di Cristo, nell'incontro tra fede ebraica e
pensiero greco nel giudaismo ellenistico.
Successivamente nella storia questa sintesi è stata
ripresa e sviluppata da molti pensatori cristiani.
L'armonia tra fede e ragione significa soprattutto che
Dio non è lontano: non è lontano dalla nostra ragione e
dalla nostra vita; è vicino ad ogni essere umano, vicino
al nostro cuore e vicino alla nostra ragione, se
realmente ci mettiamo in cammino.
Proprio questa vicinanza di Dio
all’uomo fu avvertita con straordinaria intensità da
Agostino. La presenza di Dio nell’uomo è profonda e
nello stesso tempo misteriosa, ma può essere
riconosciuta e scoperta nel proprio intimo: non andare
fuori – afferma il convertito – ma “torna in te stesso;
nell’uomo interiore abita la verità; e se troverai che
la tua natura è mutabile, trascendi te stesso. Ma
ricordati, quando trascendi te stesso, che tu trascendi
un’anima che ragiona. Tendi dunque là dove si accende la
luce della ragione” (De
vera religione, 39, 72).
Proprio come egli stesso sottolinea, con un’affermazione
famosissima, all’inizio delle
Confessiones,
autobiografia spirituale scritta a lode di Dio: “Ci hai
fatti per te e inquieto è il nostro cuore, finché non
riposa in te” (I, 1, 1).
La lontananza di Dio equivale
allora alla lontananza da se stessi: “Tu infatti –
riconosce Agostino (Confessiones,
III, 6, 11) rivolgendosi direttamente a Dio – eri
all’interno di me più del mio intimo e più in alto della
mia parte più alta”,
interior intimo meo et superior summo meo;
tanto che – aggiunge in un altro passo ricordando il
tempo antecedente la conversione – “tu eri davanti a me;
e io invece mi ero allontanato da me stesso, e non mi
ritrovavo; e ancora meno ritrovavo te” (Confessiones,
V, 2, 2). Proprio perché Agostino ha vissuto in prima
persona questo itinerario intellettuale e spirituale, ha
saputo renderlo nelle sue opere con tanta immediatezza,
profondità e sapienza, riconoscendo in due altri celebri
passi delle Confessiones
(IV, 4, 9 e 14, 22) che l’uomo è “un grande enigma” (magna
quaestio) e “un grande
abisso” (grande profundum),
enigma e abisso che solo Cristo illumina e salva. Questo
è importante: un uomo che è lontano da Dio è anche
lontano da sé, alienato da se stesso, e può ritrovare se
stesso solo incontrandosi con Dio. Così arriva anche a
sé, al suo vero io, alla sua vera identità.
L’essere umano – sottolinea poi
Agostino nel De civitate
Dei (XII, 27) – è sociale
per natura ma antisociale per vizio, ed è salvato da
Cristo, unico mediatore tra Dio e l’umanità e “via
universale della libertà e della salvezza”, come ha
ripetuto il mio predecessore Giovanni Paolo II (Augustinum
Hipponensem, 21): al di
fuori di questa via, che mai è mancata al genere umano –
afferma ancora Agostino nella stessa opera – “nessuno è
stato mai liberato, nessuno viene liberato, nessuno sarà
liberato” (De civitate Dei,
X, 32, 2). In quanto unico mediatore della salvezza,
Cristo è capo della Chiesa e a essa è misticamente unito
al punto che Agostino può affermare: “Siamo diventati
Cristo. Infatti se egli è il capo, noi le sue membra,
l’uomo totale è lui e noi” (In
Iohannis evangelium tractatus,
21, 8).
Popolo di Dio e casa di Dio, la
Chiesa nella visione agostiniana è dunque legata
strettamente al concetto di Corpo di Cristo, fondata
sulla rilettura cristologica dell’Antico Testamento e
sulla vita sacramentale centrata sull’Eucaristia, nella
quale il Signore ci dà il suo Corpo e ci trasforma in
suo Corpo. È allora fondamentale che la Chiesa, popolo
di Dio in senso cristologico e non in senso sociologico,
sia davvero inserita in Cristo, il quale – afferma
Agostino in una bellissima pagina – “prega per noi,
prega in noi, è pregato da noi; prega per noi come
nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è
pregato da noi come nostro Dio: riconosciamo pertanto in
lui la nostra voce e in noi la sua” (Enarrationes
in Psalmos, 85, 1).
Nella conclusione della lettera
apostolica Augustinum
Hipponensem Giovanni Paolo
II ha voluto chiedere allo stesso santo che cosa abbia
da dire agli uomini di oggi e risponde innanzi tutto con
le parole che Agostino affidò a una lettera dettata poco
dopo la sua conversione: “A me sembra che si debbano
ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la
verità” (Epistulae,
1, 1); quella verità che è Cristo stesso, Dio vero, al
quale è rivolta una delle preghiere più belle e più
famose delle Confessiones
(X, 27, 38): “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e
tanto nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro e
io fuori, e lì ti cercavo, e nelle bellezze che hai
creato, deforme, mi gettavo. Eri con me, ma io non ero
con te. Da te mi tenevano lontano quelle cose che, se
non fossero in te, non esisterebbero. Hai chiamato e hai
gridato e hai rotto la mia sordità, hai brillato, hai
mostrato il tuo splendore e hai dissipato la mia cecità,
hai sparso il tuo profumo e ho respirato e aspiro a te,
ho gustato e ho fame e sete, mi hai toccato e mi sono
infiammato nella tua pace”.
Ecco, Agostino ha incontrato Dio e
durante tutta la sua vita ne ha fatto esperienza al
punto che questa realtà – che è innanzi tutto incontro
con una Persona, Gesù – ha cambiato la sua vita, come
cambia quella di quanti, donne e uomini, in ogni tempo
hanno la grazia di incontrarlo. Preghiamo che il Signore
ci dia questa grazia e ci faccia trovare così la sua
pace.
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