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Cari fratelli e sorelle,
Continuiamo oggi la nostra riflessione su san
Giovanni Crisostomo. Dopo il periodo passato ad
Antiochia, nel 397 egli fu nominato Vescovo di
Costantinopoli, la capitale dell'Impero romano
d'Oriente. Fin dall’inizio, Giovanni progettò la riforma
della sua Chiesa: l'austerità del palazzo episcopale
doveva essere di esempio per tutti - clero, vedove,
monaci, persone della corte e ricchi. Purtroppo, non
pochi di essi, toccati dai suoi giudizi, si
allontanarono da lui. Sollecito per i poveri, Giovanni
fu chiamato anche “l'Elemosiniere”. Da attento
amministratore, infatti, era riuscito a creare
istituzioni caritative molto apprezzate. La sua
intraprendenza nei vari campi ne fece per alcuni un
pericoloso rivale. Egli, tuttavia, come vero Pastore,
trattava tutti in modo cordiale e paterno. In
particolare, riservava accenti sempre teneri per la
donna e cure speciali per il matrimonio e la famiglia.
Invitava i fedeli a partecipare alla vita liturgica, da
lui resa splendida e attraente con geniale creatività.
Nonostante il cuore buono, non ebbe una vita
tranquilla. Pastore della capitale dell’Impero, si trovò
coinvolto spesso in questioni e intrighi politici, a
motivo dei suoi continui rapporti con le autorità e le
istituzioni civili. Sul piano ecclesiastico, poi, avendo
deposto in Asia nel 401 sei Vescovi indegnamente eletti,
fu accusato di aver varcato i confini della propria
giurisdizione, e diventò così bersaglio di facili
accuse. Un altro pretesto contro di lui fu la presenza
di alcuni monaci egiziani, scomunicati dal patriarca
Teofilo di Alessandria e rifugiatisi a Costantinopoli.
Una vivace polemica fu poi originata dalle critiche
mosse dal Crisostomo all'imperatrice Eudossia e alle sue
cortigiane, che reagirono gettando su di lui discredito
e insulti. Si giunse così alla sua deposizione, nel
sinodo organizzato dallo stesso patriarca Teofilo nel
403, con la conseguente condanna al primo breve esilio.
Dopo il suo rientro, l’ostilità suscitata contro di lui
dalla protesta contro le feste in onore dell’imperatrice
– che il Vescovo considerava come feste pagane, lussuose
–, e la cacciata dei presbiteri incaricati dei Battesimi
nella Veglia pasquale del 404 segnarono l'inizio della
persecuzione di Crisostomo e dei suoi seguaci, i
cosiddetti “Giovanniti”.
Allora Giovanni denunciò per lettera i fatti al
Vescovo di Roma, Innocenzo I. Ma era ormai troppo tardi.
Nell’anno 406 dovette di nuovo recarsi in esilio, questa
volta a Cucusa, in Armenia. Il Papa era convinto della
sua innocenza, ma non aveva il potere di aiutarlo. Un
Concilio, voluto da Roma per una pacificazione tra le
due parti dell'Impero e tra le loro Chiese, non poté
avere luogo. Lo spostamento logorante da Cucusa verso
Pytius, mèta mai raggiunta, doveva impedire le visite
dei fedeli e spezzare la resistenza dell'esule sfinito:
la condanna all'esilio fu una vera condanna a morte!
Sono commoventi le numerose lettere dall'esilio, in cui
Giovanni manifesta le sue preoccupazioni pastorali con
accenti di partecipazione e di dolore per le
persecuzioni contro i suoi. La marcia verso la morte si
arrestò a Comana nel Ponto. Qui Giovanni moribondo fu
portato nella cappella del martire san Basilisco, dove
esalò lo spirito a Dio e fu sepolto, martire accanto al
martire (Palladio, Vita 119). Era il 14 settembre
407, festa dell’Esaltazione della santa Croce. La
riabilitazione ebbe luogo nel 438 con Teodosio II. Le
reliquie del santo Vescovo, deposte nella chiesa degli
Apostoli a Costantinopoli, furono poi trasportate nel
1204 a Roma, nella primitiva Basilica costantiniana, e
giacciono ora nella cappella del Coro dei Canonici della
Basilica di San Pietro. Il 24 agosto 2004 una parte
cospicua di esse fu donata dal Papa Giovanni Paolo II al
Patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli. La memoria
liturgica del santo si celebra il 13 settembre. Il beato
Giovanni XXIII lo proclamò patrono del Concilio Vaticano
II.
Di Giovanni Crisostomo si disse che, quando fu assiso
sul trono della Nuova Roma, cioè di Costantinopoli, Dio
fece vedere in lui un secondo Paolo, un dottore
dell'Universo. In realtà, nel Crisostomo c'è un'unità
sostanziale di pensiero e di azione ad Antiochia come a
Costantinopoli. Cambiano solo il ruolo e le situazioni.
Meditando sulle otto opere compiute da Dio nella
sequenza dei sei giorni nel commento della Genesi, il
Crisostomo vuole riportare i fedeli dalla creazione al
Creatore: “È un gran bene”, dice, “conoscere ciò che è
la creatura e ciò che è il Creatore”. Ci mostra la
bellezza della creazione e la trasparenza di Dio nella
sua creazione, la quale diventa così quasi una “scala”
per salire a Dio, per conoscerlo. Ma a questo primo
passo se ne aggiunge un secondo: questo Dio creatore è
anche il Dio della condiscendenza (synkatabasis).
Noi siamo deboli nel “salire”, i nostri occhi sono
deboli. E così Dio diventa il Dio della condiscendenza,
che invia all'uomo caduto e straniero una lettera, la
Sacra Scrittura, cosicché creazione e Scrittura si
completano. Nella luce della Scrittura, della
lettera che Dio ci ha dato, possiamo decifrare la
creazione. Dio è chiamato “padre tenero” (philostorgios)
(ibid.), medico delle anime (Omelia
40,3 sulla Genesi), madre (ibid.)
e amico affettuoso (Sulla provvidenza
8,11-12). Ma a questo secondo passo — prima la creazione
come “scala” verso Dio e poi la condiscendenza di Dio
tramite una lettera che ci ha dato, la Sacra Scrittura —
si aggiunge un terzo passo. Dio non solo ci trasmette
una lettera: in definitiva, scende Lui stesso, si
incarna, diventa realmente “Dio con noi”, nostro
fratello fino alla morte sulla Croce. E a questi
tre passi — Dio è visibile nella creazione, Dio ci dà
una sua lettera, Dio scende e diventa uno di noi — si
aggiunge alla fine un quarto passo. All'interno della
vita e dell'azione del cristiano, il principio vitale e
dinamico è lo Spirito Santo (Pneuma), che
trasforma le realtà del mondo. Dio entra nella nostra
stessa esistenza tramite lo Spirito Santo e ci trasforma
dall'interno del nostro cuore.
Su questo sfondo, proprio a Costantinopoli Giovanni,
nel commento continuato degli Atti degli Apostoli,
propone il modello della Chiesa primitiva (At
4,32-37) come modello per la società, sviluppando
un’ “utopia” sociale (quasi una “città ideale”). Si
trattava infatti di dare un'anima e un volto cristiano
alla città. In altre parole, Crisostomo ha capito che
non è sufficiente fare elemosina, aiutare i poveri di
volta in volta, ma è necessario creare una nuova
struttura, un nuovo modello di società; un modello
basato sulla prospettiva del Nuovo Testamento. È la
nuova società che si rivela nella Chiesa nascente.
Quindi Giovanni Crisostomo diventa realmente così uno
dei grandi Padri della Dottrina Sociale della Chiesa: la
vecchia idea della “polis” greca va sostituita da una
nuova idea di città ispirata alla fede cristiana.
Crisostomo sosteneva con Paolo (cfr 1 Cor 8, 11)
il primato del singolo cristiano, della persona in
quanto tale, anche dello schiavo e del povero. Il suo
progetto corregge così la tradizionale visione greca
della “polis”, della città, in cui larghi strati della
popolazione erano esclusi dai diritti di cittadinanza,
mentre nella città cristiana tutti sono fratelli e
sorelle con uguali diritti. Il primato della persona è
anche la conseguenza del fatto che realmente partendo da
essa si costruisce la città, mentre nella “polis” greca
la patria era al di sopra del singolo, il quale era
totalmente subordinato alla città nel suo insieme. Così
con Crisostomo comincia la visione di una società
costruita dalla coscienza cristiana. Ed egli ci dice che
la nostra “polis” è un'altra, “la nostra patria è nei
cieli” (Fil 3, 20) e questa nostra patria anche
in questa terra ci rende tutti uguali, fratelli e
sorelle, e ci obbliga alla solidarietà.
Al termine della sua vita, dall'esilio ai confini
dell'Armenia, “il luogo più remoto del mondo”, Giovanni,
ricongiungendosi alla sua prima predicazione del 386,
riprese il tema a lui caro del piano che Dio persegue
nei confronti dell'umanità: è un piano “indicibile e
incomprensibile”, ma sicuramente guidato da Lui con
amore (cfr Sulla provvidenza 2,6). Questa è la
nostra certezza. Anche se non possiamo decifrare i
dettagli della storia personale e collettiva, sappiamo
che il piano di Dio è sempre ispirato dal suo amore.
Così, nonostante le sue sofferenze, il Crisostomo
riaffermava la scoperta che Dio ama ognuno di noi con un
amore infinito, e perciò vuole la salvezza di tutti. Da
parte sua, il santo Vescovo cooperò a questa salvezza
generosamente, senza risparmiarsi, lungo tutta la sua
vita. Considerava infatti ultimo fine della sua
esistenza quella gloria di Dio, che – ormai morente –
lasciò come estremo testamento: “Gloria a Dio per
tutto!” (Palladio, Vita 11).
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