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Cari fratelli e sorelle,
abbiamo
concluso le nostre riflessioni sui dodici Apostoli
chiamati direttamente da Gesù durante la sua vita
terrena. Oggi iniziamo ad avvicinare le figure di altri
personaggi importanti della Chiesa primitiva. Anch’essi
hanno speso la loro vita per il Signore, per il Vangelo
e per la Chiesa. Si
tratta di uomini e anche di donne, che, come scrive Luca
nel Libro degli Atti,
«hanno votato la loro vita al nome del Signore nostro
Gesù Cristo» (15,26).
Il primo di
questi, chiamato dal Signore stesso, dal Risorto, ad
essere anch’egli un vero Apostolo, è senza dubbio
Paolo di Tarso.
Egli brilla come stella di prima grandezza nella storia
della Chiesa, e non solo di quella delle origini. San
Giovanni Crisostomo lo esalta come personaggio superiore
addirittura a molti angeli e arcangeli (cfr
Panegirico
7,3). Dante Alighieri nella
Divina Commedia,
ispirandosi al racconto di
Luca negli Atti
(cfr 9,15), lo definisce semplicemente «vaso di
elezione» (Inf.
2,28), che significa: strumento
prescelto da Dio. Altri lo hanno chiamato il
“tredicesimo Apostolo” – e realmente egli insiste molto
di essere un vero Apostolo, essendo stato chiamato dal
Risorto -, o addirittura “il primo dopo l'Unico”. Certo,
dopo Gesù, egli è il personaggio delle origini su cui
siamo maggiormente informati. Infatti, possediamo non
solo il racconto che ne fa Luca negli
Atti degli Apostoli,
ma anche un gruppo di
Lettere che provengono
direttamente dalla sua mano e che senza intermediari ce
ne rivelano la personalità e il pensiero. Luca ci
informa che il suo nome originario era Saulo (cfr
At
7,58; 8,1 ecc.), anzi in ebraico Saul (cfr
At
9,14.17; 22,7.13; 26,14), come il re Saul (cfr
At
13,21), ed era un giudeo della diaspora, essendo la
città di Tarso situata tra l’Anatolia e
la Siria. Ben
presto era andato a Gerusalemme per studiare a fondo
la Legge
mosaica ai piedi del grande Rabbì Gamaliele (cfr
At
22,3). Aveva imparato anche un mestiere manuale e
ruvido, la lavorazione di tende (cfr
At
18,3), che in seguito gli avrebbe permesso di provvedere
personalmente al proprio sostentamento senza gravare
sulle Chiese (cfr At
20,34; 1 Cor
4,12; 2 Cor
12,13-14).
Fu decisivo
per lui conoscere la comunità di coloro che si
professavano discepoli di Gesù. Da loro era venuto a
sapere di una nuova fede, - un nuovo “cammino”, come si
diceva - che poneva al proprio centro non tanto
la Legge
di Dio, quanto piuttosto la persona di Gesù, crocifisso
e risorto, a cui veniva ormai collegata la remissione
dei peccati. Come giudeo zelante, egli riteneva questo
messaggio inaccettabile, anzi scandaloso, e si sentì
perciò in dovere di perseguitare i seguaci di Cristo
anche fuori di Gerusalemme. Fu proprio sulla strada di
Damasco, agli inizi degli anni ’30, che Saulo, secondo
le sue parole, venne «ghermito da Cristo» (Fil
3,12). Mentre Luca racconta il fatto con dovizia di
dettagli, - di come la luce del Risorto lo ha toccato e
ha cambiato fondamentalmente tutta la sua vita – egli
nelle sue Lettere va diritto all’essenziale e parla non
solo di visione (cfr 1 Cor
9,1), ma di illuminazione (cfr
2 Cor
4,6) e soprattutto di rivelazione e di vocazione
nell’incontro con il Risorto (cfr
Gal
1,15-16). Infatti, si definirà esplicitamente «apostolo
per vocazione» (cfr Rm
1,1; 1 Cor
1,1) o «apostolo per volontà di Dio» (2
Cor 1,1;
Ef
1,1; Col
1,1), come a sottolineare che la sua conversione era non
il risultato di uno sviluppo di pensieri, di
riflessioni, ma il frutto di un intervento divino, di
un’imprevedibile grazia divina. Da allora in poi, tutto
ciò che prima costituiva per lui un valore divenne
paradossalmente, secondo le sue parole, perdita e
spazzatura (cfr Fil
3,7-10). E da quel momento tutte le sue energie furono
poste al servizio esclusivo di Gesù Cristo e del suo
Vangelo. Ormai la sua l'esistenza sarà quella di un
Apostolo desideroso di «farsi tutto a tutti» (1
Cor 9,22) senza riserve.
Di qui deriva
per noi una lezione molto importante: ciò che conta è
porre al centro della propria vita Gesù Cristo, sicché
la nostra identità sia contrassegnata essenzialmente
dall’incontro, dalla comunione con Cristo e con la sua
Parola. Alla sua luce ogni altro valore viene recuperato
e insieme purificato da eventuali scorie. Un’altra
fondamentale lezione offerta da Paolo è il respiro
universale che caratterizza il suo apostolato. Sentendo
acuto il problema dell'accesso dei Gentili, cioè dei
pagani, a Dio, che in Gesù Cristo crocifisso e risorto
offre la salvezza a tutti gli uomini senza eccezioni,
dedicò se stesso a rendere noto questo Vangelo,
letteralmente «buona notizia», cioè annuncio di grazia
destinato a riconciliare l'uomo con Dio, con se stesso e
con gli altri. Dal primo momento egli aveva capito che
questa è una realtà che non concerneva solo i giudei o
un certo gruppo di uomini, ma che aveva un valore
universale e concerneva tutti, perché Dio è il Dio di
tutti. Punto di partenza per i suoi viaggi fu la Chiesa
di Antiochia di Siria, dove per la prima volta il
Vangelo venne annunciato ai Greci e dove venne anche
coniato il nome di «cristiani» (cfr
At
11, 20.26), cioè di credenti Cristo. Di là egli puntò
prima su Cipro e poi a più riprese sulle regioni
dell'Asia Minore (Pisidia, Licaonia, Galazia), poi su
quelle dell’Europa (Macedonia, Grecia). Più rilevanti
furono le città di Efeso, Filippi, Tessalonica, Corinto,
senza tuttavia dimenticare Beréa, Atene e Mileto.
Nell’apostolato di Paolo non mancarono difficoltà, che
egli affrontò con coraggio per amore di Cristo. Egli
stesso ricorda di aver agito «nelle fatiche… nelle
prigionie… nelle percosse… spesso in pericolo di
morte...: tre volte sono stato battuto con le verghe,
una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto
naufragio...; viaggi innumerevoli, pericoli dai fiumi,
pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali,
pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel
deserto, pericoli sul mare, pericoli da falsi fratelli;
fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete,
frequenti digiuni, freddo e nudità; e oltre a tutto
questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per
tutte le Chiese» (2 Cor
11,23-28). Da un passaggio della Lettera ai Romani (cfr
15, 24.28) traspare il suo proposito di spingersi fino
alla Spagna, alle estremità dell'Occidente, per
annunciare il Vangelo dappertutto, fino ai confini della
terra allora conosciuta. Come non ammirare un uomo così?
Come non ringraziare il Signore per averci dato un
Apostolo di questa statura? E’ chiaro che non gli
sarebbe stato possibile affrontare situazioni tanto
difficili e a volte disperate, se non ci fosse stata una
ragione di valore assoluto, di fronte alla quale nessun
limite poteva ritenersi invalicabile. Per Paolo, questa
ragione, lo sappiamo, è Gesù Cristo, di cui egli scrive:
«L'amore di Cristo ci spinge... perché quelli che vivono
non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e
risuscitato per loro» (2
Cor 5,14-15), per noi, per
tutti.
Di fatto,
l’Apostolo renderà la suprema testimonianza del sangue
sotto l'imperatore Nerone qui a Roma, dove conserviamo e
veneriamo le sue spoglie mortali. Così scrisse di lui
Clemente Romano, mio predecessore su questa Sede
Apostolica negli ultimi anni del secolo I°: «Per la
gelosia e la discordia Paolo fu obbligato a mostrarci
come si consegue il premio della pazienza... Dopo aver
predicato la giustizia a tutto il mondo, e dopo essere
giunto fino agli estremi confini dell'Occidente,
sostenne il martirio davanti ai governanti; così partì
da questo mondo e raggiunse il luogo santo, divenuto con
ciò il più grande modello di perseveranza»
(Ai Corinzi
5). Il Signore ci aiuti a mettere
in pratica l’esortazione lasciataci dall’Apostolo nelle
sue Lettere: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di
Cristo» (1 Cor
11,1).
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