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Cari fratelli e sorelle,
oggi
completiamo i nostri incontri con l'apostolo Paolo,
dedicandogli un'ultima riflessione. Non possiamo infatti
congedarci da lui, senza prendere in considerazione una
delle componenti decisive della sua attività e uno dei
temi più importanti del suo pensiero: la realtà della
Chiesa. Dobbiamo anzitutto constatare che il suo primo
contatto con la persona di Gesù avvenne attraverso la
testimonianza della comunità cristiana di Gerusalemme.
Fu un contatto burrascoso. Conosciuto il nuovo gruppo di
credenti, egli ne divenne immediatamente un fiero
persecutore. Lo riconosce lui stesso per ben tre volte
in altrettante Lettere:
«Ho perseguitato la Chiesa
di Dio» scrive (1 Cor
15,9; Gal
1,13; Fil
3,6), quasi a presentare questo suo comportamento come
il peggiore crimine.
La storia ci
dimostra che a Gesù si giunge normalmente passando
attraverso la Chiesa!
In un certo senso, questo si avverò, dicevamo, anche per
Paolo, il quale incontrò la Chiesa
prima di incontrare Gesù. Questo contatto, però, nel suo
caso, fu controproducente, non provocò l’adesione, ma
una violenta repulsione. Per Paolo, l’adesione alla
Chiesa fu propiziata da un diretto intervento di Cristo,
il quale, rivelandoglisi sulla via di Damasco, si
immedesimò con
la Chiesa
e gli fece capire che perseguitare la Chiesa
era perseguitare Lui, il Signore. Infatti, il Risorto
disse a Paolo, il persecutore della Chiesa: “Saulo,
Saulo, perché mi perseguiti? (At
9,4). Perseguitando
la Chiesa,
perseguitava Cristo. Paolo, allora, si convertì, nel
contempo, a Cristo e alla Chiesa. Di qui si comprende
perché
la Chiesa
sia stata poi così presente nei pensieri, nel cuore e
nell’attività di Paolo. In primo luogo, lo fu in quanto
egli letteralmente fondò parecchie Chiese nelle varie
città in cui si recò come evangelizzatore. Quando parla
della sua «sollecitudine per tutte le Chiese» (2
Cor 11,28), egli pensa alle
varie comunità cristiane suscitate di volta in volta
nella Galazia, nella Ionia, nella Macedonia e
nell'Acaia. Alcune di quelle Chiese gli diedero anche
preoccupazioni e dispiaceri, come avvenne per esempio
nelle Chiese della Galazia, che egli vide “passare a un
altro vangelo” (Gal
1,6), cosa a cui si oppose con vivace determinazione.
Eppure egli si sentiva legato alle Comunità da lui
fondate in maniera non fredda e burocratica, ma intensa
e appassionata. Così, ad esempio, definisce i Filippesi
«fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e
mia corona» (4,1). Altre volte paragona le varie
Comunità ad una lettera di raccomandazione unica nel suo
genere: «La nostra lettera siete voi, lettera scritta
nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli
uomini» (2 Cor
3,2). Altre volte ancora dimostra nei loro confronti un
vero e proprio sentimento non solo di paternità ma
addirittura di maternità, come quando si rivolge ai suoi
destinatari interpellandoli come «figlioli miei, che io
di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato
Cristo in voi» (Gal
4,19; cfr anche l Cor
4,14-15; 1 Ts
2,7-8).
Nelle sue
Lettere
Paolo ci illustra anche la sua dottrina sulla Chiesa in
quanto tale. Così è ben nota la sua originale
definizione della Chiesa come «corpo di Cristo», che non
troviamo in altri autori cristiani del I° secolo (cfr
1 Cor
12,27; Ef
4,12; 5,30; Col
1,24). La radice più profonda di questa sorprendente
designazione della Chiesa la troviamo nel Sacramento del
corpo di Cristo. Dice san Paolo: “Poiché c’è un solo
pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo” (1
Cor 10,17). Nella stessa
Eucaristia Cristo ci dà il suo Corpo e ci fa suo Corpo.
In questo senso san Paolo dice ai Galati: “Tutti voi
siete uno in Cristo” (Gal
3,28). Con tutto ciò Paolo ci fa capire che esiste non
solo un'appartenenza della Chiesa a Cristo, ma anche una
certa forma di equiparazione e di immedesimazione della
Chiesa con Cristo stesso. E’ da qui, dunque, che deriva
la grandezza e la nobiltà della Chiesa, cioè di tutti
noi che ne facciamo parte: dall'essere noi membra di
Cristo, quasi una estensione della sua personale
presenza nel mondo. E da qui segue, naturalmente, il
nostro dovere di vivere realmente in conformità con
Cristo. Da qui derivano anche le esortazioni di Paolo a
proposito dei vari carismi che animano e strutturano la
comunità cristiana. Essi sono tutti riconducibili ad una
sorgente unica, che è lo Spirito del Padre e del Figlio,
sapendo bene che nella Chiesa non c’è nessuno che ne sia
sprovvisto, poiché, come scrive l'Apostolo, «a ciascuno
è data una manifestazione particolare dello Spirito per
l'utilità» (1 Cor
12,7). Importante, però, è che tutti i carismi cooperino
insieme per l'edificazione della comunità e non
diventino invece motivo di lacerazione. A questo
proposito, Paolo si chiede retoricamente: «E' forse
diviso il Cristo?» (1 Cor
1,13). Egli sa bene e ci insegna che è necessario
«conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo
della pace: un solo corpo, un solo spirito, come una
sola è la speranza alla quale siete stati chiamati» (Ef
4,3-4).
Ovviamente,
sottolineare l'esigenza dell'unità non significa
sostenere che si debba uniformare o appiattire la vita
ecclesiale secondo un unico modo di operare. Altrove
Paolo insegna a «non spegnere lo Spirito» (1
Ts 5,19), cioè a fare
generosamente spazio al dinamismo imprevedibile delle
manifestazioni carismatiche dello Spirito, il quale è
fonte di energia e di vitalità sempre nuova. Ma se c'è
un criterio a cui Paolo tiene molto è la mutua
edificazione: “Tutto si faccia per l’edificazione” (1
Cor 14,26). Tutto deve
concorrere a costruire ordinatamente il tessuto
ecclesiale, non solo senza ristagni, ma anche senza
fughe e senza strappi. C'è poi anche una Lettera paolina
che giunge a presentare
la Chiesa
come sposa di Cristo (cfr
Ef 5,21-33). Con ciò si
riprende un’antica metafora profetica, che faceva del
popolo d'Israele la sposa del Dio dell'alleanza (cfr
Os
2,4.21; Is
54,5-8): questo per dire quanto intimi siano i rapporti
tra Cristo e la sua Chiesa, sia nel senso che essa è
oggetto del più tenero amore da parte del suo Signore,
sia anche nel senso che l'amore dev'essere scambievole e
che quindi noi pure, in quanto membra della Chiesa,
dobbiamo dimostrare appassionata fedeltà nei confronti
di Lui.
In
definitiva, dunque, è in gioco un rapporto di comunione:
quello per così dire
verticale tra Gesù Cristo e
tutti noi, ma anche quello
orizzontale tra tutti
coloro che si distinguono nel mondo per il fatto di
«invocare il nome del Signore nostro Gesù Cristo» (1
Cor 1,2). Questa è la
nostra definizione: noi facciamo parte di quelli che
invocano il nome del Signore Gesù Cristo. Si capisce
bene perciò quanto sia auspicabile che si realizzi ciò
che Paolo stesso si augura scrivendo ai Corinzi: «Se
invece tutti profetassero e sopraggiungesse qualche non
credente o un non iniziato, verrebbe convinto del suo
errore da tutti, giudicato da tutti; sarebbero
manifestati i segreti del suo cuore, e così prostrandosi
a terra adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è
fra voi» (1 Cor
14,24-25). Così dovrebbero essere i nostri incontri
liturgici. Un non cristiano che entra in una nostra
assemblea alla fine dovrebbe poter dire: “Veramente Dio
è con voi”. Preghiamo il Signore di essere così, in
comunione con Cristo e in comunione tra noi.
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