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Cari fratelli e sorelle,
la
catechesi di mercoledì scorso
era dedicata alla grande figura di Origene, dottore
alessandrino del II-III secolo. In quella catechesi
abbiamo preso in considerazione la vita e la produzione
letteraria del grande maestro alessandrino, individuando
nella “triplice lettura” della Bibbia, da lui condotta,
il nucleo animatore di tutta la sua opera. Ho lasciato
da parte - per riprenderli oggi - due aspetti della
dottrina origeniana, che considero tra i più importanti
e attuali: intendo parlare dei suoi insegnamenti sulla
preghiera e sulla Chiesa.
In verità
Origene - autore di un importante e sempre attuale
trattato Sulla preghiera
- intreccia costantemente
la sua produzione esegetica e teologica con esperienze e
suggerimenti relativi all’orazione. Nonostante tutta la
ricchezza teologica di pensiero, non è mai una
trattazione puramente accademica; è sempre fondata
sull'esperienza della preghiera, del contatto con Dio. A
suo parere, infatti, l’intelligenza delle Scritture
richiede, più ancora che lo studio, l’intimità con
Cristo e la preghiera. Egli è convinto che la via
privilegiata per conoscere Dio è l’amore, e che non si
dia un’autentica scientia
Christi senza innamorarsi
di Lui. Nella Lettera a
Gregorio Origene
raccomanda: “Dedicati alla
lectio delle divine
Scritture; applicati a questo con perseveranza.
Impegnati nella lectio
con l’intenzione di credere
e di piacere a Dio. Se durante la
lectio
ti trovi davanti a una porta
chiusa, bussa e te l’aprirà quel custode, del quale Gesù
ha detto: «Il guardiano gliela aprirà». Applicandoti
così alla lectio divina,
cerca con lealtà e fiducia
incrollabile in Dio il senso delle Scritture divine, che
in esse si cela con grande ampiezza. Non ti devi però
accontentare di bussare e di cercare: per comprendere le
cose di Dio ti è assolutamente necessaria l'oratio.
Proprio per esortarci ad
essa il Salvatore ci ha detto non soltanto:
«Cercate e troverete», e «Bussate e vi sarà aperto», ma
ha aggiunto: «Chiedete e riceverete»” (Ep.
Gr. 4). Balza subito agli
occhi il “ruolo primordiale” svolto da Origene nella
storia della lectio divina.
Il Vescovo Ambrogio di
Milano - che imparerà a leggere le Scritture dalle opere
di Origene - la introduce poi in Occidente, per
consegnarla ad Agostino e alla tradizione monastica
successiva.
Come già
abbiamo detto, il più alto livello della conoscenza di
Dio, secondo Origene, scaturisce dall’amore. È così
anche tra gli uomini: uno conosce realmente in
profondità l'altro solo se c'è amore, se si aprono i
cuori. Per dimostrare questo egli si fonda su un
significato dato talvolta al verbo
conoscere
in ebraico, quando cioè viene
utilizzato per esprimere
l’atto dell’amore umano: “Adamo conobbe Eva, sua sposa,
la quale concepì” (Gn.
4,1). Così viene suggerito
che l’unione nell’amore procura la conoscenza più
autentica. Come l’uomo e la donna sono “due in una sola
carne”, così Dio e il credente diventano “due in uno
stesso spirito”. In questo modo la preghiera
dell’Alessandrino approda ai livelli più alti della
mistica, come è attestato dalle sue
Omelie sul Cantico dei
Cantici.
Viene a proposito un passaggio
della prima Omelia,
dove Origene confessa:
“Spesso - Dio me ne è testimone - ho sentito che lo
Sposo si accostava a me in massimo grado; dopo egli se
ne andava all’improvviso, e io non potei trovare quello
che cercavo. Nuovamente mi prende il desiderio della sua
venuta, e talvolta egli torna, e quando mi è apparso,
quando lo tengo tra le mani, ecco che ancora mi sfugge,
e una volta che è svanito mi metto ancora a cercarlo...”
(Hom. Cant.
1,7).
Torna alla
mente ciò che il mio venerato Predecessore scriveva, da
autentico testimone, nella
Novo
millennio ineunte,
là dove egli mostrava ai fedeli
“come la preghiera possa progredire, quale vero e
proprio dialogo d’amore, fino a rendere la persona umana
totalmente posseduta dall’Amato divino, vibrante al
tocco dello Spirito, filialmente abbandonata nel cuore
del Padre... Si tratta”, proseguiva Giovanni Paolo II,
“di un cammino interamente sostenuto dalla grazia, che
chiede tuttavia forte impegno spirituale e conosce anche
dolorose purificazioni, ma che approda, in diverse forme
possibili, all’indicibile gioia vissuta dai mistici come
«unione sponsale»” (n. 33).
Veniamo,
infine, a un insegnamento di Origene sulla Chiesa, e
precisamente – all’interno di essa - sul sacerdozio
comune dei fedeli. Infatti, come l’Alessandrino afferma
nella sua nona Omelia sul
Levitico,
“questo discorso riguarda tutti
noi” (Hom. Lev.
9,1). Nella medesima
Omelia
Origene - riferendosi al divieto
fatto ad Aronne, dopo la morte dei suoi due figli, di
entrare nel Sancta
sanctorum “in qualunque
tempo” (Lv
16,2) - così ammonisce i fedeli:
“Da ciò si dimostra che se uno entra a qualunque ora nel
santuario, senza la dovuta preparazione, non rivestito
degli indumenti pontificali, senza aver preparato le
offerte prescritte ed essersi reso Dio propizio,
morirà... Questo discorso riguarda tutti noi. Ordina
infatti che sappiamo come accedere all’altare di Dio. O
non sai che anche a te, cioè a tutta
la Chiesa
di Dio e al popolo dei credenti, è stato conferito il
sacerdozio? Ascolta come Pietro parla dei fedeli:
‘Stirpe eletta’, dice, ‘regale, sacerdotale, nazione
santa, popolo che Dio si è acquistato’. Tu dunque hai il
sacerdozio perché sei ‘stirpe sacerdotale’, e perciò
devi offrire a Dio il sacrificio... Ma perché tu lo
possa offrire degnamente, hai bisogno di indumenti puri
e distinti dagli indumenti comuni agli altri uomini, e
ti è necessario il fuoco divino” (ivi).
Così da una
parte i “fianchi cinti” e gli “indumenti sacerdotali”,
vale a dire la purezza e l’onestà della vita, dall’altra
la “lucerna sempre accesa”, cioè la fede e la scienza
delle Scritture, si configurano come le condizioni
indispensabili per l’esercizio del sacerdozio
universale, che esige purezza e onestà di vita, fede e
scienza delle Scritture. A maggior ragione tali
condizioni sono indispensabili, evidentemente, per
l'esercizio del sacerdozio ministeriale. Queste
condizioni - di integra condotta di vita, ma soprattutto
di accoglienza e di studio della Parola - stabiliscono
una vera e propria “gerarchia della santità” nel comune
sacerdozio dei cristiani. Al vertice di questo cammino
di perfezione Origene colloca il martirio. Sempre nella
nona Omelia sul Levitico
allude al “fuoco per
l'olocausto”, cioè alla fede e alla scienza delle
Scritture, che mai deve spegnersi sull’altare di chi
esercita il sacerdozio. Poi aggiunge: “Ma ognuno di noi
ha in sé” non soltanto il fuoco; ha “anche l’olocausto,
e dal suo olocausto accende l'altare, perché arda
sempre. Io, se rinuncio a tutto ciò che possiedo e
prendo la mia croce e seguo Cristo, offro il mio
olocausto sull’altare di Dio; e se consegnerò il mio
corpo perché arda, avendo la carità, e conseguirò la
gloria del martirio, offro il mio olocausto sull’altare
di Dio” (Hom. Lev.
9,9).
Questo
inesausto cammino di perfezione “riguarda tutti noi”,
purché “lo sguardo del nostro cuore” sia rivolto alla
contemplazione della Sapienza e della Verità, che è Gesù
Cristo. Predicando sul discorso di Gesù a Nazaret -
quando “gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi
sopra di lui” (Lc
4,16-30) – Origene sembra rivolgersi proprio a noi:
“Anche oggi, se lo volete, in questa assemblea i vostri
occhi possono fissare il Salvatore. Quando infatti tu
rivolgerai lo sguardo più profondo del cuore verso la
contemplazione della Sapienza, della Verità e del Figlio
unico di Dio, allora i tuoi occhi vedranno Dio. Felice
assemblea, quella di cui la Scrittura
attesta che gli occhi di tutti erano fissi su di lui!
Quanto desidererei che questa assemblea ricevesse una
simile testimonianza, che gli occhi di tutti, dei non
battezzati e dei fedeli, delle donne, degli uomini e dei
fanciulli, non gli occhi del corpo, ma quelli
dell’anima, guardassero Gesù! … Impressa su di noi è la
luce del tuo volto, o Signore, a cui appartengono la
gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen!” (Hom.
Lc. 32,6).
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