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Cari fratelli e sorelle,
Quest'anno ricorre il sedicesimo centenario della
morte di san Giovanni Crisostomo (407-2007). Giovanni di
Antiochia, detto Crisostomo, cioè “Bocca d'oro” per la
sua eloquenza, può dirsi vivo ancora oggi, anche a
motivo delle sue opere. Un anonimo copista lasciò
scritto che esse “attraversano tutto l'orbe come fulmini
guizzanti”. I suoi scritti permettono anche a noi, come
ai fedeli del suo tempo, che ripetutamente furono
privati di lui a causa dei suoi esili, di vivere con i
suoi libri, nonostante la sua assenza. E’ quanto egli
stesso suggeriva dall’esilio in una sua lettera (cfr
A Olimpiade, Lettera 8,45).
Nato intorno al 349 ad Antiochia di Siria (oggi
Antakya, nel sud della Turchia), vi svolse il ministero
presbiterale per circa undici anni, fino al 397, quando,
nominato Vescovo di Costantinopoli, esercitò nella
capitale dell’Impero il ministero episcopale prima dei
due esilî, seguiti a breve distanza l'uno dall'altro,
fra il 403 e il 407. Ci limitiamo oggi a considerare gli
anni antiocheni del Crisostomo.
Orfano di padre in tenera età, visse con la madre,
Antusa, che trasfuse in lui una squisita sensibilità
umana e una profonda fede cristiana. Frequentati gli
studi inferiori e superiori, coronati dai corsi di
filosofia e di retorica, ebbe come maestro Libanio,
pagano, il più celebre rétore del tempo. Alla sua
scuola, Giovanni divenne il più grande oratore della
tarda antichità greca. Battezzato nel 368 e formato alla
vita ecclesiastica dal Vescovo Melezio, fu da lui
istituito lettore nel 371. Questo fatto segnò l’ingresso
ufficiale del Crisostomo nel cursus
ecclesiastico. Frequentò, dal 367 al
372, l'Asceterio, una sorta
di seminario di Antiochia, insieme con un gruppo di
giovani, alcuni dei quali divennero poi Vescovi, sotto
la guida del famoso esegeta Diodoro di Tarso, che avviò
Giovanni all'esegesi storico-letterale, caratteristica
della tradizione antiochena.
Si ritirò poi per quattro anni tra gli eremiti sul
vicino monte Silpio. Proseguì quel ritiro per altri due
anni, vissuti da solo in una grotta sotto la guida di un
“anziano”. In quel periodo si dedicò totalmente a
meditare “le leggi di Cristo”, i Vangeli e specialmente
le Lettere di Paolo. Ammalatosi, si trovò
nell’impossibilità di curarsi da solo, e dovette perciò
ritornare nella comunità cristiana di Antiochia (cfr
Palladio, Vita 5). Il Signore - spiega il
biografo - intervenne con l'infermità al momento giusto
per permettere a Giovanni di seguire la sua vera
vocazione. In effetti scriverà lui stesso che, posto
nell'alternativa di scegliere tra le traversie del
governo della Chiesa e la tranquillità della vita
monastica, avrebbe preferito mille volte il servizio
pastorale (cfr Sul sacerdozio, 6,7): proprio a
questo il Crisostomo si sentiva chiamato. E qui si
compie la svolta decisiva della sua storia vocazionale:
pastore d'anime a tempo pieno! L’intimità con
la Parola
di Dio, coltivata durante gli anni del romitaggio, aveva
maturato in lui l’urgenza irresistibile di predicare il
Vangelo, di donare agli altri quanto egli aveva ricevuto
negli anni della meditazione. L'ideale missionario lo
lanciò così, anima di fuoco, nella cura pastorale.
Fra il 378 e il 379 ritornò in città. Diacono nel 381
e presbitero nel 386, divenne celebre predicatore nelle
chiese della sua città. Tenne omelie contro gli ariani,
seguite da quelle commemorative dei martiri antiocheni e
da altre sulle festività liturgiche principali: si
tratta di un grande insegnamento della fede in Cristo,
anche alla luce dei suoi Santi. Il 387 fu l’“anno
eroico” di Giovanni, quello della cosiddetta “rivolta
delle statue”. Il popolo abbatté le statue imperiali, in
segno di protesta contro l'aumento delle tasse. Si vede
che alcune cose nella storia non cambiano! In quei
giorni di Quaresima e di angoscia a motivo delle
incombenti punizioni da parte dell'imperatore, egli
tenne le sue 22 vibranti Omelie sulle statue,
finalizzate alla penitenza e alla conversione. Seguì il
periodo della serena cura pastorale (387-397).
Il Crisostomo si colloca tra i Padri più prolifici:
di lui ci sono giunti 17 trattati, più di 700 omelie
autentiche, i commenti a Matteo e a Paolo (Lettere ai
Romani, ai Corinti, agli Efesini e agli Ebrei), e
241 lettere. Non fu un teologo speculativo. Trasmise,
però, la dottrina tradizionale e sicura della Chiesa in
un'epoca di controversie teologiche suscitate
soprattutto dall'arianesimo, cioè dalla negazione della
divinità di Cristo. È pertanto un testimone attendibile
dello sviluppo dogmatico raggiunto dalla Chiesa nel IV-V
secolo. La sua è una teologia squisitamente pastorale,
in cui è costante la preoccupazione della coerenza tra
il pensiero espresso dalla parola e il vissuto
esistenziale. È questo, in particolare, il filo
conduttore delle splendide catechesi, con le quali
preparava i catecumeni a ricevere il Battesimo. Prossimo
alla morte, scrisse che il valore dell'uomo sta nella
“conoscenza esatta della vera dottrina e nella
rettitudine della vita” (Lettera dall'esilio). Le
due cose, conoscenza della verità e rettitudine nella
vita, vanno insieme: la conoscenza deve tradursi in
vita. Ogni suo intervento mirò sempre a sviluppare nei
fedeli l'esercizio dell'intelligenza, della vera
ragione, per comprendere e tradurre in pratica le
esigenze morali e spirituali della fede.
Giovanni Crisostomo si preoccupa di accompagnare con
i suoi scritti lo sviluppo integrale della persona,
nelle dimensioni fisica, intellettuale e religiosa. Le
varie fasi della crescita sono paragonate ad altrettanti
mari di un immenso oceano: “Il primo di questi mari è
l'infanzia” (Omelia 81,5 sul Vangelo di Matteo).
Infatti “proprio in questa prima età si manifestano le
inclinazioni al vizio e alla virtù”. Perciò la legge di
Dio deve essere fin dall’inizio impressa nell'anima
“come su una tavoletta di cera” (Omelia 3,1
sul Vangelo di Giovanni): di fatto è questa l'età
più importante. Dobbiamo tener presente come è
fondamentale che in questa prima fase della vita entrino
realmente nell’uomo i grandi orientamenti che danno la
prospettiva giusta all’esistenza. Crisostomo perciò
raccomanda: “Fin dalla più tenera età premunite i
bambini con armi spirituali, e insegnate loro a segnare
la fronte con la mano” (Omelia 12,7 sulla
prima Lettera ai Corinzi). Vengono poi l'adolescenza
e la giovinezza: “All'infanzia segue il mare
dell'adolescenza, dove i venti soffiano violenti...,
perchè in noi cresce... la concupiscenza” (Omelia
81,5 sul Vangelo di Matteo). Giungono infine il
fidanzamento e il matrimonio: “Alla giovinezza succede
l'età della persona matura, nella quale sopraggiungono
gli impegni di famiglia: è il tempo di cercare moglie” (ibid.).
Del matrimonio egli ricorda i fini, arricchendoli – con
il richiamo alla virtù della temperanza – di una ricca
trama di rapporti personalizzati. Gli sposi ben
preparati sbarrano così la via al divorzio: tutto si
svolge con gioia e si possono educare i figli alla
virtù. Quando poi nasce il primo bambino, questi
è “come un ponte; i tre diventano una carne sola, poiché
il figlio congiunge le due parti” (Omelia 12,5
sulla Lettera ai Colossesi), e i tre costituiscono
“una famiglia, piccola Chiesa” (Omelia 20,6
sulla Lettera agli Efesini).
La predicazione del Crisostomo si svolgeva
abitualmente nel corso della liturgia, “luogo” in cui la
comunità si costruisce con
la Parola
e l'Eucaristia. Qui l'assemblea riunita esprime l'unica
Chiesa (Omelia 8,7 sulla Lettera ai Romani),
la stessa parola è rivolta in ogni luogo a tutti (Omelia
24,2 sulla prima Lettera ai Corinzi), e la
comunione eucaristica si rende segno efficace di unità (Omelia
32,7 sul Vangelo di Matteo). Il suo
progetto pastorale era inserito nella vita della Chiesa,
in cui i fedeli laici col Battesimo assumono l'ufficio
sacerdotale, regale e profetico. Al fedele laico egli
dice: “Pure te il Battesimo fa re, sacerdote e profeta”
(Omelia 3,5 sulla seconda Lettera ai Corinzi).
Scaturisce di qui il dovere fondamentale della missione,
perché ciascuno in qualche misura è responsabile della
salvezza degli altri: “Questo è il principio della
nostra vita sociale... non interessarci solo di noi!” (Omelia
9,2 sulla Genesi). Il tutto si svolge tra due
poli: la grande Chiesa e la “piccola Chiesa”, la
famiglia, in reciproco rapporto.
Come potete vedere, cari fratelli e sorelle, questa
lezione del Crisostomo sulla presenza autenticamente
cristiana dei fedeli laici nella famiglia e nella
società, rimane ancor oggi più che mai attuale.
Preghiamo il Signore perché ci renda docili agli
insegnamenti di questo grande Maestro della fede. |