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Cari fratelli e sorelle,
nelle ultime due catechesi abbiamo
parlato della figura di san Pietro. Adesso vogliamo, per
quanto le fonti permettono, conoscere un po’ più da
vicino anche gli altri undici Apostoli. Pertanto
parliamo oggi del fratello di Simon Pietro, sant’Andrea,
anch'egli uno dei Dodici. La prima caratteristica che
colpisce in Andrea è il nome: non è ebraico, come ci si
sarebbe aspettato, ma greco, segno non trascurabile di
una certa apertura culturale della sua famiglia. Siamo
in Galilea, dove la lingua e la cultura greche sono
abbastanza presenti. Nelle liste dei Dodici, Andrea
occupa il secondo posto, come in Matteo (10,1-4) e in
Luca (6,13-16), oppure il quarto posto come in Marco
(3,13-18) e negli Atti (1,13-14). In ogni caso, egli
godeva sicuramente di grande prestigio all'interno delle
prime comunità cristiane.
Il legame di
sangue tra Pietro e Andrea, come anche la comune
chiamata rivolta loro da Gesù, emergono esplicitamente
nei Vangeli. Vi si legge: “Mentre Gesù camminava lungo
il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato
Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in
mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi,
vi farò pescatori di uomini»” (Mt
4,18-19; Mc
1,16-17). Dal Quarto Vangelo raccogliamo un altro
particolare importante: in un primo momento, Andrea era
discepolo di Giovanni Battista; e questo ci mostra che
era un uomo che cercava, che condivideva la speranza
d’Israele, che voleva conoscere più da vicino la parola
del Signore, la realtà del Signore presente. Era
veramente un uomo di fede e di speranza; e da Giovanni
Battista un giorno sentì proclamare Gesù come “l’agnello
di Dio” (Gv
1,36); egli allora si mosse e, insieme a un altro
discepolo innominato, seguì Gesù, Colui che era chiamato
da Giovanni “agnello di Dio”. L’evangelista riferisce:
essi “videro dove dimorava e quel giorno dimorarono
presso di lui” (Gv
1,37-39). Andrea quindi godette di preziosi momenti
d’intimità con Gesù. Il racconto prosegue con
un’annotazione significativa: “Uno dei due che avevano
udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito era
Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per
primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato
il Messia, che significa il Cristo», e lo condusse a
Gesù” (Gv
1,40-43), dimostrando subito un non comune spirito
apostolico. Andrea, dunque, fu il primo degli Apostoli
ad essere chiamato a seguire Gesù. Proprio su questa
base la liturgia della Chiesa Bizantina lo onora con
l'appellativo di
Protóklitos, che significa
appunto “primo chiamato”. Ed è certo che anche per il
rapporto fraterno tra Pietro e Andrea la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli si
sentono tra loro in modo speciale Chiese sorelle. Per
sottolineare questo rapporto, il mio predecessore Papa
Paolo VI, nel 1964, restituì l’insigne reliquia di
sant’Andrea, fino ad allora custodita nella Basilica
Vaticana, al Vescovo metropolita ortodosso della città
di Patrasso in Grecia, dove secondo la tradizione
l'Apostolo fu crocifisso.
Le tradizioni
evangeliche rammentano particolarmente il nome di Andrea
in altre tre occasioni che ci fanno conoscere un po’ di
più quest’uomo. La prima è quella della moltiplicazione
dei pani in Galilea. In quel frangente, fu Andrea a
segnalare a Gesù la presenza di un ragazzo che aveva con
sé cinque pani d'orzo e due pesci: ben poca cosa - egli
rilevò - per tutta la gente convenuta in quel luogo (cfr
Gv
6,8-9). Merita di essere sottolineato, nel caso, il
realismo di Andrea: egli notò il ragazzo – quindi aveva
già posto la domanda: “Ma che cos’è questo per tanta
gente?” (ivi) - e si rese conto della insufficienza
delle sue poche risorse. Gesù tuttavia seppe farle
bastare per la moltitudine di persone venute ad
ascoltarlo. La seconda occasione fu a Gerusalemme.
Uscendo dalla città, un discepolo fece notare a Gesù lo
spettacolo delle poderose mura che sorreggevano il
Tempio. La risposta del Maestro fu sorprendente: disse
che di quelle mura non sarebbe rimasta pietra su pietra.
Andrea allora, insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, lo
interrogò: “Dicci quando accadrà questo e quale sarà il
segno che tutte queste cose staranno per compiersi” (Mc
13,1-4). Per rispondere a questa domanda Gesù pronunciò
un importante discorso sulla distruzione di Gerusalemme
e sulla fine del mondo, invitando i suoi discepoli a
leggere con accortezza i segni del tempo e a restare
sempre vigilanti. Dalla vicenda possiamo dedurre che non
dobbiamo temere di porre domande a Gesù, ma al tempo
stesso dobbiamo essere pronti ad accogliere gli
insegnamenti, anche sorprendenti e difficili, che Egli
ci offre.
Nei Vangeli è, infine, registrata una
terza iniziativa di Andrea. Lo scenario è ancora
Gerusalemme, poco prima della Passione. Per la festa di
Pasqua - racconta Giovanni - erano venuti nella città
santa anche alcuni Greci, probabilmente proseliti o
timorati di Dio, venuti per adorare il Dio di Israele
nella festa della Pasqua. Andrea e Filippo, i due
apostoli con nomi greci, servono come interpreti e
mediatori di questo piccolo gruppo di Greci presso Gesù.
La risposta del Signore alla loro domanda appare – come
spesso nel Vangelo di Giovanni – enigmatica, ma proprio
così si rivela ricca di significato. Gesù dice ai due
discepoli e, per loro tramite, al mondo greco: “E’
giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In
verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto
in terra non muore, rimane solo; se invece muore,
produce molto frutto” (12,23-24). Che cosa significano
queste parole in questo contesto? Gesù vuole dire: Sì,
l’incontro tra me ed i Greci avrà luogo, ma non come
semplice e breve colloquio tra me ed alcune persone,
spinte soprattutto dalla curiosità. Con la mia morte,
paragonabile alla caduta in terra di un chicco di grano,
giungerà l’ora della mia glorificazione. Dalla mia morte
sulla croce verrà la grande fecondità: il “chicco di
grano morto” – simbolo di me crocifisso – diventerà
nella risurrezione pane di vita per il mondo; sarà luce
per i popoli e le culture. Sì, l’incontro con l’anima
greca, col mondo greco, si realizzerà a quella
profondità a cui allude la vicenda del chicco di grano
che attira a sé le forze della terra e del cielo e
diventa pane. In altre parole, Gesù profetizza
la Chiesa dei greci, la Chiesa dei pagani, la Chiesa del mondo come frutto
della sua Pasqua.
Tradizioni molto antiche vedono in
Andrea, il quale ha trasmesso ai greci questa parola,
non solo l’interprete di alcuni Greci nell’incontro con
Gesù ora ricordato, ma lo considerano come apostolo dei
Greci negli anni che succedettero alla Pentecoste; ci
fanno sapere che nel resto della sua vita egli fu
annunciatore e interprete di Gesù per il mondo
greco. Pietro, suo fratello, da Gerusalemme attraverso
Antiochia giunse a Roma per esercitarvi la sua missione
universale; Andrea fu invece l’apostolo del mondo greco:
essi appaiono così in vita e in morte come veri fratelli
– una fratellanza che si esprime simbolicamente nello
speciale rapporto delle Sedi di Roma e di
Costantinopoli, Chiese veramente sorelle.
Una
tradizione successiva, come si è accennato, racconta
della morte di Andrea a Patrasso, ove anch’egli subì il
supplizio della crocifissione. In quel momento supremo,
però, in modo analogo al fratello Pietro, egli chiese di
essere posto sopra una croce diversa da quella di Gesù.
Nel suo caso si trattò di una croce decussata, cioè a
incrocio trasversale inclinato, che perciò venne detta
“croce di sant'Andrea”. Ecco ciò che l’Apostolo avrebbe
detto in quell’occasione, secondo un antico racconto
(inizi del secolo VI) intitolato
Passione di Andrea:
“Salve, o Croce, inaugurata per mezzo del corpo di
Cristo e divenuta adorna delle sue membra, come fossero
perle preziose. Prima che il Signore salisse su di te,
tu incutevi un timore terreno. Ora invece, dotata di un
amore celeste, sei ricevuta come un dono. I credenti
sanno, a tuo riguardo, quanta gioia tu possiedi, quanti
regali tu tieni preparati. Sicuro dunque e pieno di
gioia io vengo a te, perché anche tu mi riceva esultante
come discepolo di colui che fu sospeso a te ... O Croce
beata, che ricevesti la maestà e la bellezza delle
membra del Signore! ... Prendimi e portami lontano dagli
uomini e rendimi al mio Maestro, affinché per mezzo tuo
mi riceva chi per te mi ha redento. Salve, o Croce; sì,
salve davvero!”. Come si vede, c'è qui una profondissima
spiritualità cristiana, che vede nella Croce non tanto
uno strumento di tortura quanto piuttosto il mezzo
incomparabile di una piena assimilazione al Redentore,
al Chicco di grano caduto in terra. Noi dobbiamo
imparare di qui una lezione molto importante: le nostre
croci acquistano valore se considerate e accolte come
parte della croce di Cristo, se raggiunte dal riverbero
della sua luce. Soltanto da quella Croce anche le nostre
sofferenze vengono nobilitate e acquistano il loro vero
senso.
L'apostolo
Andrea, dunque, ci insegni a seguire Gesù con prontezza
(cfr Mt
4,20; Mc
1,18), a parlare con entusiasmo di Lui a quanti
incontriamo, e soprattutto a coltivare con Lui un
rapporto di vera familiarità, ben coscienti che solo in
Lui possiamo trovare il senso ultimo della nostra vita e
della nostra morte.
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