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Cari fratelli e sorelle,
nella storia del cristianesimo antico
è fondamentale la distinzione fra i primi tre secoli e
quelli successivi al Concilio di Nicea del 325, il primo
ecumenico. Quasi “a cerniera” fra i due periodi stanno
la cosiddetta “svolta costantiniana” e la pace della
Chiesa, come pure la figura di Eusebio, Vescovo di
Cesarea in Palestina. Egli fu l’esponente più
qualificato della cultura cristiana del suo tempo in
contesti molto vari, dalla teologia all’esegesi, dalla
storia all’erudizione. Eusebio è noto soprattutto come
il primo storico del cristianesimo, ma fu anche il più
grande filologo della Chiesa antica.
A Cesarea, dove probabilmente è da
collocare intorno al 260 la nascita di Eusebio, Origene
si era rifugiato venendo da Alessandria, e lì aveva
fondato una scuola e un’ingente biblioteca. Proprio su
questi libri si sarebbe formato, qualche decennio più
tardi, il giovane Eusebio. Nel 325, come Vescovo di
Cesarea, egli partecipò con un ruolo di protagonista al
Concilio di Nicea. Ne sottoscrisse il
Credo
e l’affermazione della piena divinità del Figlio di Dio,
definito per questo “della stessa sostanza” del Padre (homooúsios
tõ Patrí). E’ praticamente
lo stesso Credo
che noi recitiamo ogni domenica nella Santa Liturgia.
Sincero ammiratore di Costantino, che aveva dato la pace
alla Chiesa, Eusebio ne ebbe a sua volta stima e
considerazione. Celebrò l’imperatore, oltre che nelle
sue opere, anche con discorsi ufficiali, tenuti nel
ventesimo e nel trentesimo anniversario della sua salita
al trono, e dopo la morte, avvenuta nel 337. Due o tre
anni più tardi moriva anche Eusebio.
Studioso infaticabile, nei suoi
numerosi scritti Eusebio si propone di riflettere e di
fare il punto su tre secoli di cristianesimo, tre secoli
vissuti sotto la persecuzione, attingendo largamente
alle fonti cristiane e pagane conservate soprattutto
nella grande biblioteca di Cesarea. Così, nonostante
l’importanza oggettiva delle sue opere apologetiche,
esegetiche e dottrinali, la fama imperitura di Eusebio
resta legata in primo luogo ai dieci libri della sua
Storia Ecclesiastica.
È il primo che ha scritto una Storia della Chiesa, che
rimane fondamentale grazie alle fonti poste da Eusebio a
nostra disposizione per sempre. Con questa Storia egli
riuscì a salvare da sicuro oblìo numerosi eventi,
personaggi e opere letterarie della Chiesa antica. Si
tratta quindi di una fonte primaria per la conoscenza
dei primi secoli del cristianesimo.
Ci possiamo chiedere come egli
abbia strutturato e con quali intenzioni abbia redatto
questa opera nuova. All’inizio del primo libro lo
storico elenca puntualmente gli argomenti che intende
trattare nella sua opera: “Mi sono proposto di mettere
per iscritto le successioni dei santi apostoli e i tempi
trascorsi, a partire da quelli del nostro Salvatore fino
a noi; tutte le grandi cose che si dice siano state
compiute durante la storia della Chiesa; tutti coloro
che hanno diretto e guidato egregiamente le più illustri
diocesi; e quelli che durante ogni generazione sono
stati messaggeri della Parola divina con la parola o con
gli scritti; e quali furono e quanti e in quale periodo
di tempo quelli che per desiderio di novità, dopo
essersi spinti il più possibile nell’errore, sono
diventati interpreti e promotori di una falsa dottrina,
e come lupi crudeli hanno spietatamente devastato il
gregge di Cristo; …e con quanti e quali mezzi e in quali
tempi fu combattuta da parte dei pagani la Parola
divina; e gli uomini grandi che, per difenderla, sono
passati attraverso dure prove di sangue e di torture; e
finalmente le testimonianze del nostro tempo, e la
misericordia e la benevolenza del nostro Salvatore verso
tutti noi” (1,1,1-2). In questo modo Eusebio abbraccia
diversi settori: la successione degli Apostoli come
ossatura della Chiesa, la diffusione del Messaggio, gli
errori, poi le persecuzioni da parte dei pagani e le
grandi testimonianze che sono la luce in questa Storia.
In tutto questo per lui traspaiono la misericordia e la
benevolenza del Salvatore. Eusebio inaugura così la
storiografia ecclesiastica, spingendo il suo racconto
fino al 324, anno in cui Costantino, dopo la sconfitta
di Licinio, fu acclamato unico imperatore di Roma. È
l'anno precedente al grande Concilio di Nicea che poi
offre la “summa” di quanto la Chiesa
— dottrinalmente, moralmente e anche giuridicamente —
aveva imparato in questi trecento anni.
La citazione che abbiamo appena
riportato dal primo libro della
Storia ecclesiastica
contiene una ripetizione
sicuramente intenzionale. Per tre volte nell’arco di
poche righe ritorna il titolo cristologico di
Salvatore,
e si fa esplicito riferimento alla “sua misericordia” e
alla “sua benevolenza”. Possiamo cogliere così la
prospettiva fondamentale della storiografia eusebiana:
la sua è una storia “cristocentrica”, nella quale si
svela progressivamente il mistero dell’amore di Dio per
gli uomini. Con genuino stupore, Eusebio riconosce “che
presso tutti gli uomini del mondo intero solo Gesù è
detto, confessato, riconosciuto
Cristo
[cioè Messia
e Salvatore del mondo],
che è ricordato con questo nome sia dai greci sia dai
barbari, che ancora oggi dai suoi discepoli sparsi in
tutto il mondo egli è onorato come re, ammirato più di
un profeta, glorificato come vero e unico sacerdote di
Dio; e più di tutto ciò, in quanto
Logos
di Dio preesistente e tratto dall’essere prima di tutti
i tempi, egli ha ricevuto dal Padre onore degno di
venerazione, ed è adorato come Dio. Ma la cosa più
straordinaria di tutte è che quanti gli siamo consacrati
lo celebriamo non solo con le voci e il suono delle
parole, ma con tutte le disposizioni dell’animo, così
che mettiamo davanti alla nostra stessa vita la
testimonianza resa a lui” (1,3,19-20). Balza così in
primo piano un’altra caratteristica, che rimarrà
costante nell’antica storiografia ecclesiastica: è
“l’intento morale” che presiede al racconto. L’analisi
storica non è mai fine a se stessa; non è fatta solo per
conoscere il passato; piuttosto, essa punta decisamente
alla conversione, e ad una autentica testimonianza di
vita cristiana da parte dei fedeli. È una guida per noi
stessi.
In questo modo Eusebio interpella
vivacemente i credenti di ogni tempo riguardo al loro
modo di accostarsi alle vicende della storia, e della
Chiesa in particolare. Egli interpella anche noi: qual è
il nostro atteggiamento nei confronti delle vicende
della Chiesa? È l’atteggiamento di chi se ne interessa
per una semplice curiosità, magari andando in cerca del
sensazionale e dello scandalistico a ogni costo? Oppure
è l’atteggiamento pieno d’amore, e aperto al mistero, di
chi sa – per fede – di poter rintracciare nella storia
della Chiesa i segni dell’amore di Dio e le grandi opere
della salvezza da lui compiute? Se questo è il nostro
atteggiamento, non possiamo non sentirci stimolati a una
risposta più coerente e generosa, a una testimonianza
più cristiana di vita, per lasciare i segni dell'amore
di Dio anche alle future generazioni.
“C’è un mistero”, non si stancava
di ripetere quell’eminente studioso dei Padri che fu il
Cardinale Jean Daniélou: “C’è un contenuto nascosto
nella storia… Il mistero è quello delle opere di Dio,
che costituiscono nel tempo la realtà autentica,
nascosta dietro le apparenze… Ma questa storia che Dio
realizza per l’uomo, non la realizza senza di lui.
Arrestarsi alla contemplazione delle ‘grandi cose’ di
Dio significherebbe vedere solo un aspetto delle cose.
Di fronte ad esse sta la risposta degli uomini” (Saggio
sul mistero della storia,
ed. it., Brescia 1963, p. 182). A tanti secoli di
distanza, anche oggi Eusebio di Cesarea invita i
credenti, invita noi, a stupirci, a contemplare nella
storia le grandi opere di Dio per la salvezza degli
uomini. E con altrettanta energia egli ci invita alla
conversione della vita. Infatti, di fronte a un Dio che
ci ha amati così, non possiamo rimanere inerti.
L’istanza propria dell’amore è che la vita intera sia
orientata all’imitazione dell’Amato. Facciamo dunque di
tutto per lasciare nella nostra vita una traccia
trasparente dell'amore di Dio.
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