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Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlare del santo
abate Colombano, l’irlandese più noto del primo
Medioevo: con buona ragione egli può essere chiamato un
santo “europeo”, perché come monaco, missionario e
scrittore ha lavorato in vari Paesi dell’Europa
occidentale. Insieme agli irlandesi del suo tempo, egli
era consapevole dell’unità culturale dell’Europa. In una
sua lettera, scritta intorno all’anno 600 ed indirizzata
a Papa Gregorio Magno, si trova per la prima volta
l’espressione “totius
Europae – di tutta
l’Europa”, con riferimento alla presenza della Chiesa
nel Continente (cfr
Epistula I,1).
Colombano era nato intorno all’anno
543 nella provincia di Leinster, nel sud-est
dell’Irlanda. Educato nella propria casa da ottimi
maestri che lo avviarono allo studio delle arti
liberali, si affidò poi alla guida dell’abate Sinell
della comunità di Cluain-Inis, nell’Irlanda
settentrionale, ove poté approfondire lo studio delle
Sacre Scritture. All’età di circa vent’anni entrò nel
monastero di Bangor nel nord-est dell’isola, ove era
abate Comgall, un monaco ben noto per la sua virtù e il
suo rigore ascetico. In piena sintonia col suo abate,
Colombano praticò con zelo la severa disciplina del
monastero, conducendo una vita di preghiera, di ascesi e
di studio. Lì fu anche ordinato sacerdote. La vita a
Bangor e l’esempio dell’abate influirono sulla
concezione del monachesimo che Colombano maturò col
tempo e diffuse poi nel corso della sua vita.
All’età di circa cinquant’anni,
seguendo l’ideale ascetico tipicamente irlandese della
“peregrinatio pro Christo”,
del farsi cioè pellegrino per Cristo, Colombano lasciò
l’isola per intraprendere con dodici compagni un’opera
missionaria sul continente europeo. Dobbiamo infatti
tener presente che la migrazione di popoli dal nord e
dall’est aveva fatto ricadere nel paganesimo intere
Regioni già cristianizzate. Intorno all’anno 590 questo
piccolo drappello di missionari approdò sulla costa
bretone. Accolti con benevolenza dal re dei Franchi d’Austrasia
(l’attuale Francia), chiesero solo un pezzo di terra
incolta. Ottennero l’antica fortezza romana di Annegray,
tutta diroccata ed abbandonata, ormai coperta dalla
foresta. Abituati ad una vita di estrema rinuncia, i
monaci riuscirono entro pochi mesi a costruire sulle
rovine il primo eremo. Così, la loro rievangelizzazione
iniziò a svolgersi innanzitutto mediante la
testimonianza della vita. Con la nuova coltivazione
della terra cominciarono anche una nuova coltivazione
delle anime. La fama di quei religiosi stranieri che,
vivendo di preghiera e in grande austerità, costruivano
case e dissodavano la terra, si diffuse celermente
attraendo pellegrini e penitenti. Soprattutto molti
giovani chiedevano di essere accolti nella comunità
monastica per vivere, come loro, questa vita esemplare
che rinnovava la coltura della terra e delle anime. Ben
presto si rese necessaria la fondazione di un secondo
monastero. Fu edificato a pochi chilometri di distanza,
sulle rovine di un’antica città termale, Luxeuil. Il
monastero sarebbe poi diventato il centro
dell’irradiazione monastica e missionaria di tradizione
irlandese sul continente europeo. Un terzo monastero fu
eretto a Fontaine, un’ora di cammino più a nord.
A Luxeuil Colombano visse per
quasi vent’anni. Qui il santo scrisse per i suoi seguaci
la Regula monachorum -
per un certo tempo più diffusa in Europa di quella di
san Benedetto – disegnando l’immagine ideale del monaco.
È l’unica antica regola monastica irlandese che oggi
possediamo. Come integrazione egli elaborò la
Regula coenobialis,
una sorta di codice penale per le infrazioni dei monaci,
con punizioni piuttosto sorprendenti per la sensibilità
moderna, spiegabili soltanto con la mentalità del tempo
e dell’ambiente. Con un'altra opera famosa intitolata
De poenitentiarum misura
taxanda, scritta pure a
Luxeuil, Colombano introdusse nel continente la
confessione e la penitenza private e reiterate; fu detta
penitenza “tariffata” per la proporzione stabilita tra
gravità del peccato e tipo di penitenza imposta dal
confessore. Queste novità destarono il sospetto dei
Vescovi della regione, un sospetto che si tramutò in
ostilità quando Colombano ebbe il coraggio di
rimproverarli apertamente per i costumi di alcuni di
loro. Occasione per il manifestarsi del contrasto fu la
disputa circa la data della Pasqua: l’Irlanda seguiva
infatti la tradizione orientale in contrasto con la
tradizione romana. Il monaco irlandese fu convocato nel
603 a Châlon-sur-Saôn per rendere conto davanti a un
sinodo delle sue consuetudini relative alla penitenza e
alla Pasqua. Invece di presentarsi al sinodo, egli mandò
una lettera in cui minimizzava la questione invitando i
Padri sinodali a discutere non solo del problema della
data della Pasqua, problema piccolo secondo lui, “ma
anche di tutte le necessarie normative canoniche che da
molti – cosa più grave – sono disattese” (cfr
Epistula
II,1). Contemporaneamente scrisse a Papa Bonifacio IV –
come qualche anno prima già si era rivolto a Papa
Gregorio Magno (cfr
Epistula I) – per difendere
la tradizione irlandese (cfr
Epistula
III).
Intransigente come era in ogni
questione morale, Colombano entrò poi in conflitto anche
con la Casa reale, perché aveva rimproverato aspramente
il re Teodorico per le sue relazioni adulterine. Ne
nacque una rete di intrighi e manovre a livello
personale, religioso e politico che, nell’anno 610, si
tradusse in un decreto di espulsione da Luxeuil di
Colombano e di tutti i monaci di origine irlandese, che
furono condannati ad un definitivo esilio. Furono
scortati fino al mare ed imbarcati a spese della corte
verso l’Irlanda. Ma la nave si incagliò a poca distanza
dalla spiaggia e il capitano, vedendo in ciò un segno
del cielo, rinunciò all’impresa e, per paura di essere
maledetto da Dio, riportò i monaci sulla terra ferma.
Essi, invece di tornare a Luxeuil, decisero di
cominciare una nuova opera di evangelizzazione. Si
imbarcarono sul Reno e risalirono il fiume. Dopo una
prima tappa a Tuggen presso il lago di Zurigo, andarono
nella regione di Bregenz presso il lago di Costanza per
evangelizzare gli Alemanni.
Poco dopo però Colombano, a
causa di vicende politiche poco favorevoli alla sua
opera, decise di attraversare le Alpi con la maggior
parte dei suoi discepoli. Rimase solo un monaco di nome
Gallus; dal suo eremo si sarebbe poi sviluppata la
famosa abbazia di Sankt Gallen, in Svizzera. Giunto in
Italia, Colombano trovò un’accoglienza benevola presso
la corte reale longobarda, ma dovette affrontare subito
difficoltà notevoli: la vita della Chiesa era lacerata
dall’eresia ariana ancora prevalente tra i longobardi e
da uno scisma che aveva staccato la maggior parte delle
Chiese dell’Italia settentrionale dalla comunione col
Vescovo di Roma. Colombano si inserì con autorevolezza
in questo contesto, scrivendo un libello contro
l’arianesimo e una lettera a Bonifacio IV per
convincerlo a fare alcuni passi decisi in vista di un
ristabilimento dell’unità (cfr
Epistula
V). Quando il re dei longobardi,
nel 612 o 613, gli assegnò un terreno a Bobbio, nella
valle della Trebbia, Colombano fondò un nuovo monastero
che sarebbe poi diventato un centro di cultura
paragonabile a quello famoso di Montecassino. Qui giunse
al termine dei suoi giorni: morì il 23 novembre 615 e in
tale data è commemorato nel rito romano fino ad oggi.
Il messaggio di san Colombano
si concentra in un fermo richiamo alla conversione e al
distacco dai beni terreni in vista dell’eredità eterna.
Con la sua vita ascetica e il suo comportamento senza
compromessi di fronte alla corruzione dei potenti, egli
evoca la figura severa di san Giovanni Battista. La sua
austerità, tuttavia, non è mai fine a se stessa, ma è
solo il mezzo per aprirsi liberamente all’amore di Dio e
corrispondere con tutto l’essere ai doni da Lui
ricevuti, ricostruendo così in sé l’immagine di Dio e al
tempo stesso dissodando la terra e rinnovando la società
umana. Cito dalle sue
Instructiones: “Se l’uomo
userà rettamente di quelle facoltà che Dio ha concesso
alla sua anima allora sarà simile a Dio. Ricordiamoci
che gli dobbiamo restituire tutti quei doni che egli ha
depositato in noi quando eravamo nella condizione
originaria. Ce ne ha insegnato il modo con i suoi
comandamenti. Il primo di essi è quello di amare il
Signore con tutto il cuore, perché egli per primo ci ha
amato, fin dall’inizio dei tempi, prima ancora che noi
venissimo alla luce di questo mondo” (cfr
Instr.
XI). Queste parole, il Santo irlandese le incarnò
realmente nella propria vita. Uomo di grande cultura –
scrisse anche poesie in latino e un libro di grammatica
– si rivelò ricco di doni di grazia. Fu un instancabile
costruttore di monasteri come anche intransigente
predicatore penitenziale, spendendo ogni sua energia per
alimentare le radici cristiane dell’Europa che stava
nascendo. Con la sua energia spirituale, con la sua
fede, con il suo amore per Dio e per il prossimo divenne
realmente uno dei Padri dell’Europa: egli mostra anche
oggi a noi dove stanno le radici dalle quali può
rinascere questa nostra Europa.
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