Tu ci hai creati per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te (Sant'Agostino)

 

 

SUB SIDERE VERNANT

PARROCCHIA DI PRAGLIA

13 maggio 2012

 Domenica VI di Pasqua

 

U. I. O. G. D.

Ut in omnibus glorificetur Deus

(U)Affinché In Ogni cosa sia Glorificato Dio.

Commento alle letture

Nei cosiddetti «Discorsi di addio», che la liturgia ci fa leggere in queste domeniche del tempo pasquale, Gesù con insistenza invita i discepoli a rimanere in lui, nella sua Parola, nel suo amore. Sembra che nell’imminenza della sua passione, la ragione del turbamento di Gesù non sia tanto il destino che lo attende, e che peraltro egli vive nella prospettiva del ritorno al Padre, quanto il turbamento stesso che gli eventi produrranno sui suoi discepoli. «Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me». Il rischio a cui i discepoli vengono esposti dall’ora di Gesù è la dispersione; Gesù vivrà la sua ora per trasformare la dispersione in una nuova e più stabile comunione. «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me», come il chicco di grano che muore per non rimanere solo, ma per produrre molto frutto. Uno dei frutti che nella sua morte il chicco produce è proprio il comandamento nuovo del quale Gesù parla nel brano evangelico di oggi, e che è al centro anche della seconda lettura tratta dalla prima lettera di san Giovanni apostolo. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Che l’amore sia un comandamento probabilmente ci sorprende non poco. Siamo ormai abituati a una concezione dell’amore alla stregua del «va’ dove ti porta il cuore», dimenticando che l’amore non è solo movimento spontaneo del desiderio, ma inseparabilmente un impegno consapevole e responsabile della libertà. C’è poi una seconda difficoltà, forse più grave della prima, che non ci consente di capire bene la parola di Gesù: intendere il comandamento solo alla stregua di un ordine da eseguire, di una parola da osservare esteriormente. Più ampia e vitale è la prospettiva del Signore e per comprenderla appieno non dobbiamo dimenticare il suo orizzonte pasquale. L’amore di cui qui si parla è infatti l’amore più grande di chi dona la vita per i propri amici. Ed è proprio questo amore più grande che consente di vivere il comandamento più grande, quello dell’amore per Dio e per il prossimo. Gesù dona la vita ai suoi amici non semplicemente perché lo sono già, ma per renderli tali. Ancora una volta ribadisce che il suo è l’amore di chi muore per non rimanere solo, ma per farci passare dall’inimicizia all’amicizia, dalla solitudine alla comunione. «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». Proprio donando la sua vita per noi Gesù ci sceglie, ci trasforma donandoci un nome nuovo, quello di ‘amici’, e ci consente di portare frutto: un frutto analogo a quello che lui stesso produce attraverso il suo morire nella terra, il frutto cioè di chi sa rimanere in questo amore che gratuitamente ha ricevuto (non voi avete scelto me, mai io ho scelto voi) e lo rende fecondo nella reciprocità delle relazioni (che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati). Gesù ci rende amici non chiamandoci più servi perché ci fa conoscere tutto ciò che ha udito dal Padre, ci fa conoscere Dio e il suo mistero, diversamente dal servo che «non sa quello che fa il suo padrone». Come ascoltiamo nella seconda lettura, «chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore». Ciò che ci consente di passare dalla servitù all’amicizia, dalla schiavitù alla figliolanza, è proprio conoscere il Padre e il suo amore. Gesù ci rende partecipi di quanto lui stesso ha udito dal Padre, in altri termini della relazione che sussiste tra lui e il Padre: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore». L’amore gratuito di Dio, che ci precede e che Gesù ci fa conoscere donando la sua vita per noi, fonda la nostra possibilità di amarci, vincendo in noi il male e il peccato. «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati». Questa è la particolarità del comandamento di Gesù: è ‘nuovo’ non solo a motivo del suo contenuto, ma della sua stessa dinamica. Non è un ordine da eseguire o una parola cui obbedire. Piuttosto è una parola cui prestare fede. È un comandamento come consegna di sé: non comanda di fare qualcosa, ma di accogliere ciò che Gesù ha fatto per noi, donando la vita per i suoi amici. Gesù muore nell’amore e il comandamento viene dato perché i discepoli possano rimanere in questo amore, accogliendo e custodendo nella loro vita la sua efficacia. «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (v. 10). Osservare il comandamento non esige di fare qualcosa, ma di accogliere, custodire e rimanere in ciò che Gesù ha già fatto per noi: rimanete nel mio amore, egli ci dice, in quell’amore in cui io ho consegnato la mia vita perché anche voi possiate consegnarvi gli uni gli altri, vincendo la vostra solitudine e dispersione, il vostro turbamento e la vostra paura. La missione del discepolo consisterà allora anzitutto nel rimanere in questo amore e nel testimoniarlo: tale infatti è il frutto che egli, andando, deve portare. In questa luce diviene allora eloquente la conclusione della prima lettura. Pietro, dopo aver annunciato Gesù Cristo e impartito il battesimo, accetta l’invito di rimanere alcuni giorni nella casa di Cornelio, un pagano, superando così le rigide norme di purità della Legge antica. Questo rimanere nella stessa casa è il sigillo dell’opera evangelizzatrice: rivela infatti che il vangelo donato e accolto crea relazioni nuove, consentendo di rimanere nel comandamento nuovo, frutto della Pasqua di Gesù.

 

I santi della settimana

14 maggio S. Michele Garricoits, sacerdote.

Vede la luce in Francia, nel 1797, in uno dei periodi più burrascosi per la chiesa cattolica francese, agitata dai venti della Rivoluzione francese e dilaniata dai dissidi interni che contrappongono i preti “costituzionali” (che prestano giuramento alla nuova Costituzione imposta dallo Stato) ai preti “refrattari”, cioè fedeli al Papa. Ci troviamo a Ibarre, un piccolo villaggio nel versante francese dei Paesi Baschi, a poche decine di chilometri dal confine spagnolo. I suoi genitori, prima per unirsi in matrimonio e poi per far battezzare i loro figli, emigrano in Spagna e questo già la dice lunga sul loro attaccamento alla fede autentica, in un periodo in cui l’autorità del Papa ed il legame con la Chiesa cattolica sono in Francia messi fortemente in crisi. Per tradizione di famiglia saprà da che parte schierarsi: la nonna materna durante il Terrore aveva continuato a soccorrere il prete di un paese vicino e suo papà, a rischio della vita, aveva accolto e nascosto in casa sua i preti fuggiaschi. Michele inizia a fare il pecoraio presso un ricco possidente, ma tutti lo chiamano “ il dottorino”, per il modo con cui sa parlare, anche di cose più grandi di lui. Il prete aiutato da sua nonna si sdebita dandogli lezioni private e poi lo piazza come domestico presso il vescovo di Baiona, ma si vede subito che la sua strada non è quella. Nel 1819 entra infatti in seminario, nel 1823 è ordinato sacerdote e due anni dopo diventa professore di filosofia nel seminario maggiore di Bètharram, a pochi chilometri da Lourdes. Quando il vescovo decide di trasferire i seminaristi a Bayonne, più vicino alla sede episcopale, don Michele ormai solo e “superiore di quattro mura di un vasto edificio” comincia a meditare ed a pregare sulla triste situazione del clero francese, impreparato e disorientato. Nel 1833 gli nasce in cuore l’idea di riunire un gruppo di preti che formino un’equipe “volante” di missionari, con il preciso scopo di rimarginare le ferite che la Rivoluzione aveva inferto alla Chiesa: scristianizzazione delle campagne, attacchi alla Chiesa, insubordinazione dei preti. Nasce così, nel 1835, la Congregazione dei Preti del Sacro Cuore di Gesù, meglio conosciuti come i Preti di Betharram. Due le principali urgenze che don Michele indica loro: la missione popolare per la rievangelizzazione degli ambienti rurali, e l’educazione della gioventù. Mentre i suoi figli si spargono per il mondo e soprattutto nel continente sudamericano, attorno al fondatore si va formando un alone di santità e di universale stima. Ne sono prova i due incontri che don Michele ha con la veggente Bernadette Soubiros, su esplicita richiesta del vescovo di Tarbes che vuole verificare l’attendibilità dei fatti verificatisi nella vicina Lourdes, e il santo sacerdote ne esce rafforzato nella sua personale convinzione che davvero la Vergine Maria è apparsa sui Pirenei. Per don Michele arriva il tempo delle prove fisiche, che per nove anni lo confinano in un letto di dolore e da cui la morte lo libera il 14 maggio 1863. La sua tomba a Betharram diventa meta di pellegrinaggi mentre cresce la sua fama di santità, che la Chiesa conferma ufficialmente per bocca di Pio XII nel 1947, concedendo a San Michele Garicoїts l’onore degli altari.

 

15 maggio S. Isidoro Agricoltore.

Forse è stato messo poco in risalto l’ambizioso traguardo di “santità di coppia” che due semplici contadini di Madrid sono riusciti a raggiungere nel XII secolo: probabilmente perché la pratica devozionale ha fatto prevalere, nel marito, l’aspetto prodigioso e miracolistico, e la popolarità che lui si è guadagnato praticamente in tutto il mondo come patrono dei raccolti e dei contadini ha finito per oscurare un po’ quella di lei, che pure si è fatta santa condividendo gli stessi ideali di generosità e laboriosità del marito, raggiungendo la perfezione tra casseruole, bucati e lavori nei campi. Parliamo di San Isidoro di Madrid e della beata Maria Toribia, la cui festa si celebra nel mese di maggio (il 10 o il 15, dipende dai calendari), anche se lui, per il fatto di essere patrono dei campi, viene invocato e festeggiato praticamente in ogni stagione dell’anno, al tempo della semina come al tempo dei raccolti. Isidoro nasce a Madrid intorno al 1070 da una poverissima famiglia di contadini, contadino egli stesso tutta la vita, per necessità. Non sa né leggere né scrivere, ma sa parlare con Dio. Anzi, a Dio dedica molto tempo, sacrificando il riposo, ma non il lavoro, al quale si dedica appassionatamente. E quando l’urgenza di parlare con Dio arriva anche durante il lavoro, sono gli angeli a venirgli in aiuto e a guidare l’aratro al posto suo: un modo poetico e significativo per dire come Isidoro abbia imparato a dare a Dio il primo posto, senza venir mai meno ai suoi doveri terreni. Per i colleghi invidiosi è facile così accusarlo di “assenteismo”, ma è il padrone stesso a verificare che Isidoro ha tutte le carte in regola, con Dio e con gli uomini. L’invidia, che è davvero vecchia quanto il mondo, gli procura anche un’accusa di malversazione e di furto ai danni dell’azienda, perché ha il “brutto vizio” di aiutare con i generosità i poveri, attingendo abbondantemente da un sacco, il cui livello tuttavia non si abbassa mai. E pensare che la generosità di Isidoro non si limita alle persone, ma si estende anche agli animali della campagna, ai quali d’inverno non fa mancare il necessario sostentamento. In questo continuo esercizio di carità e preghiera è seguito passo passo dalla moglie Maria, che una certa agiografia ha dipinto dapprima avara e poi “conquistata” dall’esempio del marito. Certo è comunque che sulla strada della perfezione avanzano entrambi, sostenendosi a vicenda e aiutandosi anche a sopportare i dolori della vita, come quello cocente della morte in tenerissima età del loro unico figlio. Isidoro muore nel 1130 e lo seppelliscono senza particolari onori nel cimitero di Sant’Andrea, ma anche da quel campo egli continua a “fare la carità”, dispensando grazie e favori a chi lo invoca, al punto che quarant’anni dopo devono a furor di popolo esumare il suo corpo incorrotto e portarlo in chiesa. A canonizzarlo, però, nessuno ci pensa. Ci vuole un grosso miracolo, cinque secoli dopo, in favore del re Filippo II a sbloccare la situazione. E il 25 maggio 1622 papa Gregorio XV gli concede la gloria degli altari insieme a quattro “grossi” santi (Filippo Neri, Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola e Francesco Saverio) in mezzo ai quali, qui in terra, l’illetterato contadino si sarebbe sentito un po’ a disagio.

 

Durante la settimana

 

13 Domenica   M. s. Eucarestia: Sr Eleonora, Sr Bernardetta,  Francesco, Anna

14 Lunedì        FESTA DI S. MATTIA APOSTOLO, Ss. Vittore e Corona Martiri, Ss. Felice e Fortunato Martiri ad Aquileia, S. Maria Domenica Mazzarello Vergine

·        h. 6.30 S. Messa a S. Biagio

15 Martedì       S. Isidoro Agricoltore, S. Severino Vescovo

·        h. 6.30 S. Messa a S. Biagio              

16 Mercoledì   Ss. Fiorenzo e Diocleziano Mm., S. Possidio Vesc., S. Ubaldo Vesc. di Gubbio

·        h. 6.30 S. Messa a S. Biagio

·        h. 20.45 in patronato a Praglia incontro Giovanissimi

17 Giovedì       S. Vittore Martire a Roma, S. Pasquale Baylon, B. Antonia Mesina V. e M.

·        h. 6.30 S. Messa a S. Biagio

·        h. 15.30 S. Messa nella Cappella del cimitero a Praglia

18 Venerdì       S. Giovanni I° Papa e Martire, S. Felice da Cantalice O.F.M. Cap.

·        h. 6.30 S. Messa a S. Biagio

·        h. 9.00 pulizie del patronato

·        h. 15.30 S. Messa  a S. Biagio

·        h. 21.00 prove di canto

19 Sabato        S. Urbano I Papa, S. Pietro Celestino Papa ed eremita, S. Crispino da Viterbo

·        h. 6.30 S. Messa a S. Biagio

·        h. 18.00 prefestiva a S. Biagio

  • h. 15.00 catechismo per elementari, medie e Ministranti, seguito dall’A.C.R.

20 Domenica    Ministri straordinari dell’Eucarestia: Sr Lorenzina, Graziano, Mario

 

Importante

  • Domenica 20 maggio h. 14.30 in teatro recita della scuola materna

  • Pellegrinaggio diocesano con l’U.N.I.T.A.L.S.I. a Lourdes. Dal 27 giugno al 3 luglio in treno; dal 28 giugno al 2 luglio in aereo. Per iscrizione e informazioni rivolgersi a Piccolo Giuseppe tel.: 049 / 9901287.  I tempi stringono, perciò iscrivetevi quanto prima.Gita — Pellegrinaggio del Gruppo Ministranti a Firenze / Pisa / Livorno dal 3 al 5 Agosto 2012: Iscrizioni aperte fino a domenica 20 maggio 2012. Affrettarsi a dare l’adesione. Per informazioni e iscrizioni contattare il chierico Andrea Miola al 334 31 12 576. Il pellegrinaggio è aperto anche a tutti i parrocchiani (adulti e ragazzi) interessati.

  • Zakar - Memorie di futuro grest parrocchiale. III edizione per la Scuola Primaria e Secondaria di Primo Grado dal 27 agosto al 1 settembre 2012 in patronato a Praglia. Iscrizioni aperte fino al 27 maggio 2012. Presentare il modulo d'iscrizione compilato nei vari punti e il contributo d'iscrizione per le spese dei materiali di 20€ (comprende anche la quota d'iscrizione a Noi associazione per l'assicurazione di 4€) al parroco, o a don Andrea Miola. Chi non fosse tesserato al Noi, all'atto d'iscrizione consegni anche il modulo d'iscrizione a Noi associazione compilato in ogni punto. Il contributo per Grest sarà poi saldato il primo Giorno del Grest con la segareteria. Per informazioni, contattare: il parroco d. Tiziano al 049/ 99 99 309 o al chierico Andrea Miola al 334 31 12 576

  • Domenica 13 maggio: "C’È BISOGNO DI TE!" — III incontro di formazione per giovanissimi interessati/e a fare da animatori/trici al Grest estivo a Praglia dalle 17.30 alle 20.30 in patronato a Praglia. Si conclude con una pizzata. Confermare la propria presenza, entro mercoledì 9 maggio, chiamando il chierico Andrea Miola, al 334/ 3113 576. Grazie.

 

 

Appunti di cronaca per la nostra storia.

L’angolo della saggezza

LA MELA. Ogni mattina, il potente e ricchissimo re di Bengodi riceveva l'omaggio dei suoi sudditi. Aveva conquistato tutto il conquistabile e si annoiava un po'. In mezzo agli altri, puntuale ogni mattina, arrivava anche un silenzioso mendicante, che porgeva al re una mela. Poi, sempre in silenzio, si ritirava. Il re, abituato a ricevere ben altri regali, con un gesto un po' infastidito, accettava il dono, ma appena il mendicante voltava le spalle cominciava a deriderlo, imitato da tutta la corte. Il mendicante non si scoraggiava. Tornava ogni mattina a consegnare nelle mani del re il suo dono. Il re lo prendeva e lo deponeva macchinalmente in una cesta posta accanto al trono. La cesta conteneva tutte le mele portate dal mendicante con gentilezza e pazienza. E ormai straripava. Un giorno, la scimmia prediletta del re prese uno di quei frutti e gli diede un morso, poi lo gettò sputacchiando ai piedi del re. Il sovrano, sorpreso, vide apparire nel cuore della mela una perla iridescente. Fece subito aprire tutti i frutti accumulati nella cesta e trovò all'interno di ogni mela una perla. Meravigliato, il re fece chiamare lo strano mendicante e lo inter­rogò. «Ti ho portato questi doni, sire» rispose l'uomo, «per farti com­prendere che la vita ti offre ogni mattina un regalo straordinario, che tu dimentichi e butti via, perché sei circondato da troppe ric­chezze. Questo regalo è il nuovo giorno che comincia».

Da domani sarò triste, da domani. Ma oggi sarò contento: a che serve essere tristi, a che serve?Perché soffia un vento cattivo?Perché dovrei dolermi, oggi, del domani? Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro. Forse domani splenderà ancora il sole. E non vi sarà ragione di tristezza. Da domani sarò triste, da domani. Ma oggi, oggi sarò contento; e ad ogni amaro giorno dirò: Da domani, sarò triste. Oggi no.

         (Poesia di un ragazzo trovata in un Ghetto nel 1941).

 

PER LA NOSTRA PREGHIERA


Essere tristi è un segno di te, Signore,

un segno che ci manchi;

e noi neppure lo sappiamo;

la mancanza di gioia

è segno della tua mancanza;

uomini e chiesa senza gioia

sono uomini e chiesa senza di te, Signore.

Dio fonte della gioia,

guida i nostri passi sulla tua via,

perché possiamo giungere dove tu ci attendi

e là finalmente cantare

solo canti di Gioia

 

 

 

 

 
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ORARIO DELLE SS. MESSE DOMENICALI E FESTIVE: Praglia: h. 9.15;  11.00;  16.30;

S. Biagio: h.17.00 prefestiva; 6.30; S. Benedetto: h. 8.00; Monte della Madonna: h. 10.30;  16.30

ORARIO DEI VESPRI: h. 18.00 (festivi e feriali); h. 18,45 il giovedì

TELEFONI UTILI: Parrocchia di Praglia: tel.: 049/9999309; fax: 049 / 9999467

S. Biagio:tel.: 049/ 9900357 -Abbazia di Praglia: tel.: 049/9999300 - Monte della Madonna: tel.:  049/9925087

posta elettronica: parrocchiapraglia@virgilio.it

Il foglietto è curato da Padre d. Tiziano Sartori osb


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